giovedì 15 maggio 2008

Wakamono

Ripropongo il mio articolo Wakamono pubblicato dalla rivista "LG Argomenti".

Cfr. Cristiano Martorella, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003, pp.67-71.



Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese
di Cristiano Martorella

Dopo alcuni interventi che hanno suscitato roventi polemiche, torniamo sull’argomento della cultura giovanile giapponese per occuparcene in modo più approfondito e dettagliato. A dispetto della presunta occidentalizzazione della gioventù nipponica, soltanto recentemente si è scoperto quanto siano originali e creativi i giovani giapponesi (wakamono significa appunto giovane). Invece di considerare il fenomeno per quello che realmente è, ossia la normale ricerca di un’identità da parte dei giovani, molti opinionisti e studiosi hanno cominciato a descrivere la cultura giovanile giapponese con termini inquietanti e appoggiandosi alla documentazione inattendibile della stampa scandalistica. L’immagine decadente della gioventù giapponese si diffuse così rapidamente, e senza controllo, da divenire un luogo comune anche della stampa che si definisce scientifica. Ed è questo un caso molto interessante da studiare, per capire i reali meccanismi dell’informazione mass-mediologica. Fra i tanti articoli italiani spicca in questo senso l’intervento di Michele Scozzai.

"Collezionano biancheria femminile usata […] e divorano fumetti manga, storie d’amore, di sesso e di violenza disegnate con eccezionale realismo. Comunicano via computer, si drogano di immagini (da quelle innocenti di Goldrake o Lupin III alla più spinta delle pellicole pornografiche) e delle quattro mura del piccolo monolocale dove vivono hanno fatto i confini del loro mondo. Eccoli gli otaku, un esercito di giapponesi stanchi, ribelli, figli del consumismo, maniaci di una cybercultura masturbatoria." [Michele Scozzai, La strana tribù del Giappone, in "Focus", n.95 settembre 2000, p.66]

La correlazione fra gioventù contemporanea giapponese e sesso, fumetti, masturbazione e prostituzione è ormai una costante in tutte le pubblicazioni, anche scientifiche, sull’argomento. Ma indagini sociologiche approfondite e serie che forniscano dati accertabili e metodi della ricerca non sono mai state pubblicate. E perfino in Giappone, le ipotesi di sociologi come Okonogi non sono andate oltre le supposizioni e le proposte di interpretazione dei fenomeni (cfr. Keigo Okonogi, Moratoriamu ningen no jidai, Chuo Koron Sha, Tokyo 1981). Al contrario, c’è stato chi ha puntato l’attenzione sulla crescente disinformazione intorno al Giappone contemporaneo.

"Negli ultimi anni il Giappone è tornato a stupire il mondo occidentale, ma questa volta dando l’impressione, ormai generalizzata, di un paese in forte crisi, non solo economica, ma di identità. Confermando, secondo alcuni, le tesi che vedevano nel Giappone un paese solo apparentemente potente, ma essenzialmente fragile, e nei giapponesi un popolo senza più identità e motivazioni diffuse e credibili. Alcuni fatti calamitosi […] hanno contribuito a rafforzare l’idea di un Giappone fragile, e nello stesso tempo di un luogo inquietante, una sorta di laboratorio della postmodernità e delle sue crepe. A fronte di queste premesse, emergeva con chiarezza, affrontando l’oggetto "otaku", di valutare il peso e l’influenza, sulla nostra indagine, di queste immagini distorte, immagini e suggestioni di cui non potremo in ogni caso liberarci fino a quando non avremo, per il Giappone, un interesse eterodiretto." [Massimiliano Griner e Rosa Isabella Fùrnari, Otaku. I giovani perduti del Sol Levante, Roma, Castelvecchi, 1999, p.17]

Le parole giuste e corrette di Griner e Fùrnari non hanno però avuto ascolto. Così sono continuati i resoconti pittoreschi che fornivano immagini sempre più distorte della gioventù giapponese. L’argomento coinvolgeva testate giornalistiche importanti e di ampia diffusione. Il caso interessava perfino la rivista "L’Espresso" che vi dedicava un reportage ovviamente con i consueti toni catastrofici.

"E' un problema che sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti, al punto che un istituto di ricerche fra i più quotati, su incarico del governo, ha svolto un’indagine approfondita sull’estensione e sulle probabili cause del fenomeno che, in giapponese, si chiama "hikikomori" e che significa "ritiro". Ne risulta che sul milione di giovani che hanno scelto la reclusione, l’80 per cento sono maschi, che il 41 per cento trascorre in isolamento assoluto o parziale - rifiutando, per esempio, di parlare o di aver qualsiasi contatto sociale - un periodo che va dai sei mesi ai dieci anni e più, che alcuni (ma non è stata accertata la percentuale) soffrono di depressione, di agorafobia e di schizofrenia, mentre altri, forse la maggioranza, non presentano nessun sintomo evidente di disturbi neurologici o psichiatrici. Quanto alle cause del "hikikomori", si avanzano spiegazioni sociologiche e psicologiche di ogni genere, ma mai, concordano gli esperti, si sarebbe immaginato che il complesso di Peter Pan, largamente diffuso negli anni Ottanta, e che si manifestava con il rifiuto degli adolescenti di diventare adulti, si sarebbe evoluto fino ad assumere questa forma estrema di auto-reclusione." [Renata Pisu, Samurai robot, in "L’Espresso, n.29 anno XLVIII, 18 luglio 2002, p.115]

Si può osservare come non venga fornito alcun nome circa l’istituto di ricerche, gli studiosi e gli psicologi che avrebbero condotto questo studio, rendendo praticamente privo di valore scientifico e di credibilità l’articolo e i dati presentati. Se non è possibile una verifica delle fonti, viene vanificata ogni correttezza e precisione delle ricerche. Ma l’interesse della giornalista era rivolto a colpire il lettore con un’immagine impressionante della gioventù giapponese. E basta poco per trovare le presunte cause della degenerazione della gioventù: l’eccessivo sviluppo tecnologico.

"In Giappone è opinione diffusa che se non ci fossero a disposizione tutti questi marchingegni, i ragazzi non se ne starebbero rinchiusi da soli, cullandosi nella convinzione che la loro interfaccia è l’universo intero, che la tecnologia è il loro autentico sistema nervoso al quale sono collegati mediante un complesso di apparati. Secondo la maggior parte degli psicologi che si interrogano - assieme a sociologi e cibernetici - sulle cause del "hikikomori", si è andata creando una simbiosi totale tra corpo e meccanismi elettronici che ha portato a una forma inedita di autismo: l’autismo tecnologico." [Ibidem]

Non è affatto vero che in Giappone sarebbe diffusa l’opinione che la tecnologia travierebbe i giovani. Soltanto qualche esaltato luddista può sostenere che la macchina minaccia l’uomo. Piuttosto è la perdita del senso della vita umana che rende distorto il rapporto con la tecnologia, così come indicava Martin Heidegger (cfr. Martin Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976). Gli studiosi giapponesi ritengono invece che la cultura nipponica abbia assunto la tecnologia occidentale adattandola alla propria storia e tradizione. Questa è la posizione assunta anche da Atsushi Ueda che ribadisce l’importanza della specificità culturale giapponese (cfr. Atsushi Ueda, Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone, Feltrinelli, Milano1996). L’interpretazione dell’impatto della tecnologia sulle giovani generazioni giapponesi non è affatto univoca come vorrebbero farci credere i giornalisti. L’economista Ken’ichi Omae suggerisce le possibilità di queste nuove generazioni all’interno di un’economia liberista (il modello economico che si è affermato a livello planetario).

"La generazione di "Shonen Jump", che oggi è tra i trenta e i quaranta anni, è fondamentalmente diversa da qualsiasi generazione precedente ("Shonen Jump" vendeva 6 milioni di copie alla settimana. Questa generazione è nota per la sua incapacità di pensare con la stessa logicità e consequenzialità della generazione immediatamente precedente: idee e pensieri saltano da una scena all’altra, senza transizioni, come succede ai giovani occidentali cresciuti davanti a MTV). È una generazione etichettata come "più debole". Si dice che coloro che ne fanno parte non abbiano la stessa resistenza delle generazioni precedenti, non avendo dovuto attraversare le stesse difficoltà dei genitori e dei nonni. E non hanno neanche la stessa fantasia e la stessa motivazione della generazione successiva, quella dei "ragazzi Nintendo". Sono una generazione perduta, e incarnano uno dei motivi alla base del ristagno dell’economia giapponese, rappresentando la porzione più consistente della popolazione attiva. Al contrario i "ragazzi Nintendo" della generazione successiva, oggi tra i venti e trent’anni, hanno molte più speranze. I giochi di ruolo (in sigla RPG) con cui sono cresciuti li hanno plasmati in modo inconfondibile. Tentano tutte le strade possibili; sono flessibili e molto più creativi di qualsiasi generazione precedente. Il loro problema è uno solo: quando si trovano in difficoltà reagiscono come se la vita fosse un gioco elettronico, cioè premendo il tasto "Reset". Cercano un nuovo lavoro, una nuova città, una nuova carriera. "Fine partita. Ricomincia". Sono pieni di immaginazione ed entusiasmo per il tipo di azione in cui "si spara senza mirare". E proprio queste apparenti carenze li rendono molto più efficaci, come cittadini del nuovo continente." [Kenichi Ohmae (Ken'ichi Omae), Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell’era della Rete e della globalizzazione, Fazi Editore, Roma 2001, pp.350-351]

A questo punto risulta interessante fare un passo indietro e chiedersi il perché di tanta attenzione nei confronti della gioventù giapponese da parte della stampa italiana. Soprattutto è sorprendente la rappresentazione pittoresca dei caratteri mostruosi. Ed è questa mostruosità, che potremmo definire con il termine freak, a colpire l’immaginazione. Il mostro, il diverso è il tema che emerge prepotentemente.
Ma questo topos che i romantici avevano ben studiato (si pensi alla creatura di Mary Shelley e al gobbo di Victor Hugo) ha aspetti più profondi di quelli maldestramente evidenziati dai giornalisti. I romantici ci hanno insegnato che siamo noi a creare i mostri, a isolarli rendendoli asociali, separati e diversi. Autori come Edogawa Ranpo hanno messo in luce in quale modo il mostro tragga la sua forza da una società borghese corrotta (con altri toni vi era riuscito anche Luigi Pirandello). I mostri sono indispensabili in una società razionalizzante e burocratica che occulta continuamente la vera natura umana. Il mostro è il condensato di tutto ciò che è incomprensibile, istintivo, vitale e soprattutto libero. Il mostro soffre nell’isolamento in cui è gettato dal consorzio umano che stabilisce a priori i ruoli e le mansioni degli individui. E non può far altro che esprimere la sua identità e diversità tramite la distruzione della società che l’ha condannato. In ogni caso il mostro sarà sempre vincente perché avrà affermato la sua identità al di sopra dell’omologazione comunitaria.
Per quanto riguarda la gioventù giapponese, è completamente mancata un’indagine sociologica seria che valutasse e ponderasse le istanze dei giovani. Non si è andati oltre la pittoresca descrizione della mostruosità presunta. Paradossalmente i manga ritraggono la realtà giovanile giapponese meglio dei malsani saggi sociologici che si stanno pubblicando. L’unico modo per comprendere le kawaikochan (le graziose ragazze giapponesi) è avvicinarsi ai loro sentimenti, e i manga sono capaci di ciò, molto meglio delle fredde tassonomie e delle false ricostruzioni storiche. Ricordiamoci cosa ci accomuna tutti, noi e i giapponesi: siamo esseri umani. I desideri, le aspirazioni, le speranze e le illusioni fanno parte del nostro animo. Sono i sentimenti che motivano i comportamenti umani, e non certo le dogmatiche e schematiche definizioni di una supposta economia dello scambio. Le kawaikochan sono mosse da desideri che, seppure nella loro ingenuità, hanno dignità e ragione di rispetto. L’amicizia come valore, il piacere come arricchimento delle esperienze, il dolore come conoscenza della realtà, la consapevolezza di poter sbagliare e illudersi. Se ci fossimo fermati a riflettere sulle emozioni delle kawaikochan avremmo veramente compreso il loro mondo invece di fornire una banale rappresentazione viziata da un cumulo di assurdi stereotipi.



Articolo pubblicato dalla rivista "LG Argomenti". Cfr. Cristiano Martorella, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003, pp.67-71.

mercoledì 14 maggio 2008

Gothic Lolita

Mercoledì 20 giugno 2007, alle ore 21.00, sono stato intervistato da Andrea Materia e Mario Bellina, conduttori del programma "Versione Beta, in onda su Radio 2. L'argomento era il fenomeno culturale delle Gothic Lolita. Si è discusso dei temi trattati nel mio articolo sulle Gothic Lolita pubblicato dal sito Nipponico.com. Numerosi gli ospiti, o meglio, le ospiti che hanno fornito un quadro interessante della creatività femminile. Ripropongo il mio articolo sul tema qui di seguito.



Gothic Lolita
Le adolescenti fanno paura
di Cristiano Martorella

22 gennaio 2005. Con il termine Gothic Lolita, in giapponese Goshikku Rorita, si indica una tipologia di ragazze giapponesi alla moda che fanno tendenza con un abbigliamento neoromantico e un po’ kitsch. L’espressione è stata coniata usando vocaboli stranieri già esistenti, Gothic e Lolita (1), e uniti insieme per assumere un valore nuovo e indicare qualcosa in particolare appartenente alla cultura giovanile giapponese. Infatti le mode della gioventù giapponese sono tante ed è un divertimento crearne sempre nuove. Così è bello ciò che è vario. Esistono già diverse tipologie di ragazze giapponesi in cui si inseriscono le Gothic Lolita (Goshikku Rorita). Ci sono le kogal (kogyaru), termine generico con cui si indicano le ragazze con atteggiamento puerile e volutamente lezioso che trascorrono le giornate dedicandole al divertimento e allo shopping. Poi ci sono le trasgressive ganguro che esibiscono un’abbronzatura scurissima e un trucco contrastante chiaro e pesante. Mentre le ganjiro, anche dette shirogyaru, si mettono in mostra con una pelle chiarissima e un aspetto innocente che è più un vezzo piuttosto che un comportamento spontaneo. Tanto che fu in voga anche l’espressione burikko per indicare una ragazza che finge ingenuità. Viceversa le bodicon (abbreviazione e contrazione di body conscious) vestono in modo estremamente sexy e provocante. Le Gothic Lolita riprendono certi stilemi delle loro coetanee e ne amplificano alcuni aspetti. Sicuramente il contributo della cultura otaku è qui altissimo. Il riferimento ai personaggi dei manga e degli anime è esplicito. Un’autrice di manga che ha contribuito moltissimo a sostenere questa moda, tramite i personaggi da lei disegnati, è Yazawa Ai. L’abbigliamento originale di molte protagoniste dei suoi manga sono un buon modello per le Gothic Lolita. Nemmeno può essere dimenticato il gruppo delle Clamp, autrici di fumetti per ragazze (shojo manga) che tengono in grande considerazione l’abbigliamento e la moda. Inoltre non va dimenticata la produzione di manga hentai e di videogiochi bishoujo dove la figura della Lolita è onnipresente divenendo un’icona e un modello culturale. Basta ricordare il successo dei fumetti di U-Jin e Utatane Hiroyuki, e in tempi più recenti, il lavoro di Carnelian, autrice dell’anime e del bishoujo game intitolato Yami to boshi to hon no tabibito. Questo è il contributo fornito dalla cultura otaku che possiamo riscontrare. Quali sono però le vere intenzioni delle Gothic Lolita nascoste dietro il vestito e la maschera così costruita? In effetti la questione è complessa. Le Gothic Lolita non sono e non aspirano a divenire un gruppo rivoluzionario. La saggistica occidentale ha enfatizzato in modo eccessivo le mode e le tendenze della gioventù giapponese. Spesso, leggendo questi saggi, si ha l’impressione che la gioventù sia in lotta contro la cultura tradizionale giapponese. Vestirsi in una maniera vistosa e trasgressiva non significa necessariamente opporsi alla società e ai modelli culturali dominanti (2). Per fortuna giornalisti intelligenti come Leonardo Martinelli hanno messo in evidenza l’inconsistenza della contestazione dei giovani ribelli giapponesi (3). Ribelli solo nell’abbigliamento. Le Gothic Lolita non vogliono la rivoluzione, semplicemente vogliono divertirsi. Viceversa la cultura giovanile giapponese, anche negli aspetti commerciali della cultura pop, è tuttavia entrata involontariamente in collisione con le trasformazioni sociali del XXI secolo, alimentando uno scontro che in effetti non era cercato. In realtà la gioventù subisce un’aggressione di una tale intensità che ogni compromesso appare irrealizzabile. Il mondo e la cultura otaku sono diventati un movimento eversivo, oppure appaiono così, a causa della fortissima repressione operata sui giovani dalle istituzioni e dal mercato del lavoro imposto a discapito dei diritti civili. Paradossalmente le democrazie attuali tutelano il libero mercato ma non difendono la libertà dei cittadini eliminando le regole che proteggono i lavoratori (questo processo è generalmente chiamato deregulation). Come nel resto del mondo, anche in Giappone la situazione del mercato del lavoro è gravissima. La situazione è peggiorata anche a causa dell’occultamento della realtà operato dai mass media e dalle istituzioni che preferiscono incolpare fumetti e videogiochi del disagio sociale esistente. Si è addirittura inventata la sindrome dell’hikikomori (segregato), amplificando i vecchi studi sulle devianze degli otaku, per dare un’apparenza di scientificità alle vecchie opinioni sulla degenerazione della cultura giovanile. Si può dire però, senza difficoltà alcuna, che la questione hikikomori è stata semplicemente escogitata dai media e dalle istituzioni per indicare nei giovani le colpe da imputare agli adulti. Dalle ricerche che abbiamo condotto sul campo, pubblicate in libri e articoli, è emerso che il lavoro precario (freeter, in giapponese furitaa), introdotto anche in Giappone, è l’autentico responsabile dei disagi sociali che invece si imputano ad anime e manga, videogiochi e internet. La dimostrazione di quanto affermato è nell'inesistenza di studi sulla fruizione dei media in Giappone. Nessuno ha mai studiato la camera di un adolescente, nessuno ha mai condotto ricerche sulla vita degli adolescenti. Tutti invece hanno scritto che gli adolescenti si chiudevano in una stanza per dedicarsi ai loro hobby trascurando la vita sociale. Ebbene, tutte queste affermazioni si basano sul vuoto totale, una completa mancanza di ricerche. Nessuno ha mai condotto ricerche sulla fruizione dei media in Giappone, tutti invece hanno scritto e condannato un mondo paranoico che esisteva soltanto nelle loro teste. Ancora in molti credono che da qualche parte esistano dei libri che descrivono e studiano la fruizione dei media e la vita dei giovani giapponesi. Ricerche approfondite non esistono, non sono mai state condotte perché quello che interessava era inventarsi delle giustificazioni per il degrado sociale in cui sono state gettate le nuove generazioni private dell'assistenza e dei benefici di cui godevano le vecchie generazioni. Sulla psicopatia dei media, definita come sindrome di hikikomori (segregato), la rivista "Psicologia contemporanea" ha dedicato un’inchiesta (4). L’articolo è imbarazzante e approssimativo. Ci si è limitati a ripetere opinioni e luoghi comuni raccolti in internet, e a citare un film. Ma i personaggi dei film non sono persone reali. Invece di condurre ricerche sul campo e osservazioni su persone reali ci si è soffermati a un film, alla fiction che è per definizione una finzione. Ritorniamo però alla definizione di hikikomori. L’hikikomori sarebbe una persona che si chiude in camera per dedicarsi ai videogiochi e alla navigazione in internet troncando le relazioni sociali con gli altri. Questa definizione è già sbagliata e contraddittoria. Infatti i mezzi di comunicazione usati dagli hikikomori aumentano le possibilità di comunicazione invece di diminuirle. Inoltre non si forniscono spiegazioni plausibili sulle cause delle interruzioni di certe relazioni interpersonali. Il sospetto è che i media non siano una causa della patologia, piuttosto un mezzo su cui si concentrano le accuse per distrarre dai veri problemi. Ancora più paradossale è il fatto che i media incolpano se stessi per un fenomeno complesso e incomprensibile, come se soffrissero di una sindrome di onnipotenza. Forse è questa l’autentica psicopatologia: credere che la realtà sia soltanto quella sotto l’obiettivo della telecamera. In questo caso la malattia assume aspetti molto più estesi e articolati. Non si tratta di un fenomeno ristretto ai giovani giapponesi. Anche le Gothic Lolita possono sembrare strane, con il loro atteggiamento inquietante che esibisce ingenuità e disinibizione sessuale, non smettono di suscitare perplessità. Così l’idea sbagliata che considera una generazione di giovani come sbandati e asociali ritorna prepotentemente. Intanto lo stile delle Gothic Lolita fa proseliti. La cantante Gwen Stefani con il videoclip "What you waiting for?" furoreggiava alla fine del 2004. Nel videoclip c’erano ragazze giapponesi in stile tipicamente Gothic Lolita, e la parodia di Alice nel paese delle meraviglie era un forte riferimento alla cultura kawaii. Nel frattempo accade anche qualcosa di inaspettato. Le ragazze giapponesi sono cresciute e hanno incominciato a esprimere le loro opinioni denunciando le storture della società degli adulti. La situazione è ribaltata, così sono gli adulti messi sotto accusa. In questo senso, due casi clamorosi sono stati i libri di Kanehara Hitomi e Iijima Ai. Kanehara Hitomi ha vinto il Premio Akutagawa con il libro Hebi ni piasu (Piercing al serpente) che ha ottenuto un grande successo fra il lettori (5). Kanehara Hitomi ha scandalizzato quanto incantato per l’audacia dei temi trattati, rivedendo i concetti di corpo, personalità e relazione umana. Ella, come tanti giovani giapponesi, è insofferente nei confronti dei soliti cliché che costringono la vita in uno stampino predefinito. I giovani stanno cercando di stabilire rapporti umani più profondi, anche a costo di essere estremi e anticonformisti, e sono pure disposti a rischiare, magari fallire. In fondo nella cultura giapponese, come ci ricorda Ivan Morris (6), la vera sconfitta non è la perdita sul campo di battaglia ma la rinuncia a combattere. Questa è un’autentica affermazione di valori, nuovi valori. Non è nemmeno detto che siano in opposizione ai valori tradizionali giapponesi, come abbiamo appena visto. Siamo ben lontani dal vuoto di valori paventato dagli psicologi frettolosi. Iijima Ai, celebre conduttrice televisiva, ha scandalizzato con la sua autobiografia intitolata Platonic Sex (7). Ella individua le questioni cruciali e scottanti dei rapporti fra giovani e adulti, denunciando i soprusi e tutte le forme di sfruttamento a cui sono sottoposte le nuove generazioni. In nome dell’educazione si subisce ogni tipo di sopruso, si patiscono le violenze di continui e assurdi divieti. Così si finisce per trasgredire cercando di affermare la propria esistenza al di sopra delle proibizioni che non considerano la complessità dell’esistenza umana. Ciò che sorprende è la forza morale sprigionata da Iijima Ai con tanta semplicità e ingenuità. Mai vittimismo nonostante l’evidenza delle ingiustizie. Soltanto coraggio e voglia di affrontare la vita. Ecco perché Platonic Sex è un best-seller adorato da milioni di adolescenti, e resta purtroppo ancora incompreso dagli adulti.
Questi sono soltanto due esempi di un mondo che sta emergendo. Le ragazze giapponesi hanno sempre più voglia di far sentire le proprie idee e si esprimono attraverso tutti i mezzi della società contemporanea: la moda, la televisione, la stampa, i fumetti, internet e i videogiochi.
Un aspetto delle vicende della gioventù giapponese che colpisce lo studioso più di ogni cosa, è lo stato disastroso e lacunoso della ricerca scientifica. La sociologia è una scienza che dovrebbe comprendere l’agire umano nelle sue motivazioni (8). Invece assistiamo a manifestazioni palesi di dilettantismo e superficialità. Si usano ancora le categorie obsolete della devianza giovanile per spiegare fenomeni molto più complessi e articolati. Il rischio è che l’incomprensione si possa poi tramutare in scontro. Allora controllare le trasgressive Gothic Lolita non sarebbe affatto semplice.


Note

1. Lolita è il celebre personaggio dell’omonimo romanzo scandaloso e pruriginoso di Vladimir Nabokov, trasposto in film nel 1962 dal regista Stanley Kubrick. Il romanzo Lolita del 1955 è stato riportato al successo da un’iniziativa del quotidiano "La Repubblica" che lo accludeva al giornale nell’ultima settimana del mese di maggio 2002. Lolita è il ventesimo volume della collana "La biblioteca di Repubblica".
2. Abbiamo duramente contestato le tesi contenute nel volume La bambola e il robottone, senza però ottenere risposte plausibili, al contrario ricevendo soltanto accuse inconsistenti e non attinenti alle nostre critiche. Comunque, chiunque può leggere il libro e constatare quante esagerazioni contiene. Cfr. Gomarasca, Alessandro (a cura di), La bambola e il robottone. Culture pop nel Giappone contemporaneo, Einaudi, Torino, 2001. Infine, bisogna ricordare che una solenne stroncatura de La bambola e il robottone è stata pubblicata dalla rivista "LG Argomenti". Si evidenziava così che lo studio della società di massa non può avvenire separatamente dallo studio della società in tutti i suoi aspetti istituzionali, economici e relazionali. Cfr. Martorella, Cristiano, Scaffale/Saggi, in "LG Argomenti", n.2, anno XXXVIII, aprile-giugno 2002, pp.70-71.
3. Cfr. Martinelli, Leonardo, Harajuku: questa pazza, pazza Tokyo…, in "Gulliver", n.3, anno IX, marzo 2001, pp.50-78.
4. Cfr. Di Maria, Franco e Formica, Ivan, Hikikomori. Il male oscuro dei figli del Sol Levante, in "Psicologia contemporanea", n.179, anno XXX, settembre-ottobre 2003, pp.18-25.
5. Cfr. Kanehara, Hitomi, Hebi ni piasu, Shueisha, Tokyo, 2004. La traduzione inglese del titolo è un po’ differente essendo Snakes and Earrings (Serpenti e orecchini).
6. Cfr. Morris, Ivan, La nobiltà della sconfitta, Guanda, Milano, 1975.
7. Cfr. Iijima, Ai, Puratonikku sekkusu, Shogakukan, Tokyo, 2001 (traduzione italiana a cura di Gianluca Coci. 2004. Platonic Sex. Rizzoli, Milano). Il libro è stato accolto tiepidamente dalla critica italiana. Unica eccezione è stata la rivista "LG Argomenti" con un’entusiastica recensione. Cfr. Martorella, Cristiano. Segnalazioni, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, p.82.
8. Questa definizione è del padre della sociologia moderna, il tedesco Max Weber. Cfr. Weber, Max, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1958.


Bibliografia

Di Maria, Franco e Formica, Ivan, Hikikomori, Il male oscuro dei figli del Sol Levante, in "Psicologia contemporanea", n.179, anno XXX, settembre-ottobre 2003.
Martinelli, Leonardo, Harajuku: questa pazza, pazza Tokyo…, in "Gulliver", n.3, anno IX, marzo 2001.
Martorella, Cristiano, Il kawaii prima del kawaii, in Pellitteri, Marco (a cura di), Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione, Seam, Roma, 2002.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG Argomenti", n.1 anno XL, gennaio-marzo 2004.
Martorella, Cristiano, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2 anno XL, aprile-giugno 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", n. 3, anno II, ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Giappone inquieto, in "Sushi", nuova serie, anno III, settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell’area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis. Gentosha, Tokyo, 2003.

martedì 13 maggio 2008

Kogyaru, le ragazzine vivaci

Ripropongo il mio articolo sulle kogyaru pubblicato dal sito Nipponico.com.


Kogyaru. Le ragazzine vivaci
Antropologia delle vispe ragazze delle metropoli giapponesi
di Cristiano Martorella
13 settembre 2003. Il termine kogyaru, spesso scritto anche kogal, è un neologismo giapponese nato negli anni ’90, ed è composto da un gairaigo (parola d’origine straniera), gyaru (forma giapponese dello slang americano gal, ragazza) e da un prefisso, ko (bambina). Kogyaru significa piccola ragazza, ragazzina, ed indica le giovani giapponesi fra i quindici e i vent’anni circa alla ricerca di un look particolare e un’esistenza spensierata tipica della loro età. L’etimologia del termine kogyaru è dunque semplice e non deve fornire l’occasione per assurde interpretazione (1). Ko è un suffisso usato anche nei nomi femminili (per esempio Haruko, Keiko, etc.) ed ha una valenza di vezzeggiativo. D’altronde è noto come per l’estetica giapponese ciò che è piccolo diviene carino e grazioso. Il tentativo della sociologa Sharon Kinsella di interpretare le kogyaru come un fenomeno di contestazione prodotto dalla società consumistica è aberrante e privo di fondamento scientifico. Le kogyaru si pongono obiettivi ben diversi da quelli supposti da Kinsella. Innanzitutto divertirsi, poi divertirsi e ancora divertirsi. Il loro motto è: "Se lo trovi divertente non chiederti perché". Cosa c’è di strano se le ragazzine vogliono trascorrere delle giornate piacevoli?
Fra le attività preferite dalla kogyaru c’è ballare il parapara. Il parapara è una danza già in voga nel 2000 che si balla muovendo le braccia e le gambe in un modo un po’ figurato. Però lo scopo del parapara è soprattutto creare il riconoscimento nel gruppo, identificandovi attraverso l’imitazione dei movimenti del ballo. Dal punto di vista antropologico il gesto permette anche l’integrazione spazio-temporale attraverso la modulazione delle forme e del movimento. Secondo André Leroi-Gourhan l’estetica costituisce l’evoluzione umana insieme alla tecnica e al linguaggio. Questo trittico etnologico composto da tecnica, linguaggio ed estetica ha un carattere differente nell’ultima istanza. Infatti l’estetica non è determinata soltanto dalla società, ma l’individuo è coscientemente libero della scelta e può perfino creare. Le kogyaru rispecchiano quest’analisi etnologica. Esse non cercano esclusivamente l’omologazione, piuttosto ricercano la creazione di uno stile individuale. Perciò definire un abbigliamento tipico delle kogyaru sarebbe improprio. Certamente svolge un ruolo importante la divisa scolastica che ha centinaia di varianti, così quanti gli istituti scolastici. A ciò si aggiunge la facoltà di cambiare alcuni indumenti, come per esempio i calzini. In particolare, i calzini più in voga fra le kogyaru sono i ruzu sokkusu (calzini larghi e pendenti, dall’inglese loose socks). Questi calzini larghi di colore bianco ricadono sulle scarpe coprendole parzialmente. La gonna, abitualmente una gonna corta blu scuro, si è evoluta in una minigonna a scacchi simile al tartan, di colore consono al resto della divisa. La foggia della divisa scolastica può essere alla marinara (sera fuku, dall’inglese sailor), ma anche un tailleur abbinato a una cravatta. Si tratta comunque di elaborazioni sulle divise dei college di tutto il mondo, a cui si aggiunge il gusto estetico delle kogyaru. Però l’abbigliamento delle kogyaru non è ristretto alla divisa scolastica, anche se questa è particolarmente amata perché simbolo dello status di studentessa e dunque icona della gioventù. Per un certo periodo sono stati di moda gli zatteroni, le zeppe alte e gli stivali, ma anche i pantaloni larghi a zampa d’elefante. Insomma, un ripescaggio del vestiario degli anni ’70. Tutto all’insegna del coloratissimo, dei colori pastello, del fluorescente, di qualcosa che sia sempre sgargiante ed evidente. Ciò con lo scopo di distinguersi assolutamente. Il motto delle kogyaru è: "Essere se stesse".
Per chi è esterno e poco confidente con questo mondo, le kogyaru possono apparire tutte uguali. Eppure i gruppi e le varie denominazioni sono estremamente differenti. Una attenta ricognizione rivelerà come realmente ogni kogyaru sia un’individualità con i propri gusti e tendenze. Perciò per quanto riguarda l’abbigliamento non si può fissare uno stile unico.
Il trucco usato adopera spesso fondotinta azzurri o bianchi che ingrandiscono gli occhi. Il rossetto è chiarissimo, rosa pallido oppure azzurro-violetto. Questo trucco a volte risalta sulla pelle abbronzata detta ganguro. Ganguro gyaru è anche il nome delle ragazze che vantano un’abbronzatura eccessiva. Anche le yamanba, altro celebre gruppo di ragazze trasgressive, hanno l’usanza di abbronzarsi artificialmente. I capelli delle kogyaru sono spesso decolorati castano chiaro (chapatsu), oppure il più vistoso biondo platino con riflessi argentei. Per esigenza di chiarezza, bisogna aggiungere che il tingersi i capelli non rappresenta più una stranezza considerando che questa pratica esiste da secoli in Occidente. Tingersi i capelli era una moda già presente fra le matrone dell’Impero Romano.
Molte riviste sono state dedicate alle kogyaru consacrando il loro status di fenomeno sociale, forse calcando un po’ la mano su una realtà giovanile che non ha nulla di eclatante. Fra queste riviste ricordiamo "Egg", "Urecco" e "Cream". Secondo Urasawa Naoki (2) il movimento giovanile giapponese ripeterebbe certi stilemi degli anni ’70, specialmente nell’estetica, privi però della stessa ideologia. Urasawa ritiene che l’epoca attuale è segnata da una bassa crescita demografica, e ciò impedirebbe la formazione di un movimento molto numeroso. Ridimensionare l’impatto della cultura giovanile giapponese non significa ignorarla. Piuttosto bisogna considerare meglio altri elementi della società che rimangono invisibili a causa di tanto clamore. In questo senso vi riesce Morikawa Kaichiro che elabora una teoria complessa sulle metropoli giapponesi. In precedenza avevamo accennato come le kogyaru con le loro attività integrassero le forme e i ritmi della metropoli modulandone lo spazio e il tempo. In parole semplici, una metropoli è ciò che si svolge in essa piuttosto che lo spazio artificiale degli edifici. Dunque le kogyaru sono coloro che creano fisicamente le metropoli giapponesi. Morikawa Kaichiro si spinge molto più in là. Egli ritiene che Tokyo possa essere considerata come un’unica enorme stanza privata. Si tratta di una comunità di interessi e di uno stesso gusto. Nel libro Learning from Akihabara - The birth of Personapolis, Morikawa , docente di architettura all’Università Waseda, descrive esaurientemente la sua teoria. Ciò che è decisamente innovativo in questo studio, che per certi versi riprende le idee di Ueda Atsushi, è l’attenzione all’ambiente rinunciando alle speculazioni della psicologia del profondo. L’analisi delle metropoli e della loro vita permette di elaborare una psicologia sociale e un’antropologia delle kogyaru molto più interessante e autentica. In conclusione, l’importanza che le kogyaru rivestono è dovuta soprattutto all’ambiente metropolitano che hanno creato.


Note
1. Sbagliata è l’etimologia e le deduzioni conseguenti suggerite dalla sociologa Sharon Kinsella nei suoi testi. Kogyaru non deriverebbe dalla contrazione di kokosei (studentessa delle superiori) e gyaru (ragazza). Sbagliato anche il tentativo di spiegare il termine shojo (ragazza) come rappresentativo di una figura di adolescente metà bambina metà donna prodotta dalla società industriale. Si tratta di speculazioni prive di fondamento e riscontro oggettivo.
2. Cfr. Urasawa, Naoki, 20th Century Boys, Vol.1, Panini Comics, Modena, 2002, pp.208-209.

Bibliografia
Fujii, Mihona, Gals!, Shueisha, Tokyo, 1998.
Kinsella, Sharon, Cuties in Japan, in Skov, Lise e Moeran, Brian, Women, Media and Consumption in Japan. University of Hawaii Press, Honolulu, 1995.
Leroi-Gourhan, André, Il gesto e la parola. Einaudi, Torino, 1977.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", anno III, settembre 1997.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1, anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of Personapolis, Gentosha, Tokyo, 2003.
Murakami, Ryu, Blu quasi trasparente, Rizzoli, Milano, 1993.
Murakami, Ryu, Rabu & poppu. Gentosha, Tokyo, 1996.
Prandoni, Francesco, Il tempo delle yamanba, in "Man-ga!", n.1, maggio 2001.

domenica 11 maggio 2008

Repressione giovanile

Ripropongo il mio articolo sulla repressione giovanile pubblicato dalla rivista "LG Argomenti". Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.


Yokuatsu. Repressione e giovani
di Cristiano Martorella

La rivista "LG Argomenti" ha fornito, dal 2000 ad oggi, un quadro ormai completo sulla letteratura per l’infanzia, la fiaba, la pedagogia e la cultura giovanile del Giappone, un paese che non finisce mai di stupire per l’originalità e la ricchezza della propria civiltà. Adesso possiamo dedicarci a sviluppare studi più approfonditi che abbiano anche un aspetto sperimentale ed esplorativo, non soltanto informativo e accademico. La ricerca, come ci insegna Max Weber, non è soltanto un’accumulazione di dati, piuttosto è la capacità di elaborare costrutti intellettuali capaci di orientarci nella complessità empirica. Abbiamo già visto come le questioni inerenti la società giapponese ci riguardino direttamente. Il metodo comparativo permette non soltanto di cogliere le similitudini e le differenze, ma di concepire i processi dello sviluppo in modo specifico, senza ricorrere a un modello evolutivo astratto considerato unico e valido per tutte le situazioni. Per questo motivo l’indagine che qui presenteremo sarà inusuale, anticonformista e inedita per i consueti canoni della critica letteraria italiana.
Una ricostruzione storica è un preliminare necessario per inquadrare la questione delicata del fenomeno otaku, prima di passare ai giudizi e alle conseguenze. Il fenomeno otaku, apparso in Giappone intorno agli anni ’80, fu inizialmente usato per marchiare negativamente una vasta fascia della gioventù che non voleva farsi inquadrare nel sistema rigido della società meritocratica (gakureki shakai). Con otaku si indicava una tipologia di giovane incapace di comunicare con gli altri, completamente assorbito in una passione o un hobby fino alla fissazione, e rinchiuso in se stesso tanto da identificarsi con l’ambiente della sua camera. Qui il gioco di parole fra otaku, che significa casa, ma usato anche come la seconda persona singolare del pronome personale in forma cortese, è evidente. Otaku è colui che si ripiega sull’ambiente domestico e bada soltanto a se stesso. La mentalità giapponese fortemente intrisa di una morale confuciana non ancora sparita, non riesce ad accettare un simile atteggiamento introverso, e soprattutto asociale. Il fine ultimo dell’individuo deve essere il bene della collettività secondo i princìpi confuciani. Evidentemente i princìpi astratti della morale confuciana si rivelano molto più artificiali e innaturali di quanto un’analisi superficiale possa pensare. Infatti il confucianesimo è soltanto un innesto nella società giapponese che fonda la sua struttura su basi pagane (shintoismo). Autori come Norinaga Motoori hanno espresso un forte dissenso e disprezzo nei confronti del pensiero cinese. Ciò non va dimenticato. Questa reminiscenza è anche importante per evidenziare come l’atteggiamento degli otaku, che recuperano la cultura autoctona, è pienamente coerente e consequenziale.
L’idea e l’immagine negativa degli otaku non è mai sparita, nemmeno quando il fenomeno è diventato una moda, con aspetti fortemente commerciali, e si è espanso all’estero. Gli appassionati di animazione e fumetti presero con slancio e orgoglio quella definizione, facendone una bandiera. Dopotutto i media sono abilissimi a creare mostri, e quest’ultimi sanno ormai come utilizzare la cassa di risonanza provocata dai clamori e dagli scandali. Appunto gli scandali che non sono mai mancati. Gli otaku infatti furono accusati di consumare fumetti e cartoni animati dai contenuti sessuali più perversi. Così il caso di Tsutomu Miyazaki, maniaco sessuale pluriomicida, fu assunto come esempio rappresentativo della minaccia otaku. Invece di porgere attenzione ai contenuti dei prodotti dell’editoria, si cercava il solito capro espiatorio e si fingeva di non vedere il sistema commerciale nato intorno ai presunti maniaci. La questione della sessualità dei giovani era divenuta talmente controversa che vi fu un autentico movimento per depistare e confondere i cittadini. Schiere di psicologi inventarono nuove patologie, e i sociologi nuove devianze. Era così riportato il tutto all’ordine, bastava dividere i giovani in sani e malati. Almeno così si credeva.
Il fenomeno della repressione contro i giovani assumeva aspetti inquietanti in un paese che godeva di un’ampia libertà sessuale e i diritti civili erano anch’essi garantiti. Eppure basta poco per sopprimere le libertà individuali. La stampa indicò nei giovani la causa della crisi economica, della crisi dei valori, e perfino la crisi demografica. Indolenti, viziati, dediti al sesso sfrenato, ecco il quadro dipinto dai giornali. Nessun intellettuale spese una parola in favore dei giovani, nessun politico vide una briciola di bontà nelle future generazioni. Solo la stampa alternativa, riviste specializzate e fumetti, difendevano i giovani. Praticamente erano le riviste scritte dagli stessi otaku. Meglio così. Ci si difendeva da soli, un’altra dimostrazione di autonomia. Ma facciamo un passo indietro. Cosa c’era sotto tanta ostilità, cosa provocava la paura degli otaku? Gli otaku erano un pericolo per l’assetto della società e per l’élite politico-economica. Essi sapevano usare straordinariamente bene le nuove tecnologie (computer, internet, telefonia mobile, immagini digitali, etc.), avevano così un’autonomia produttiva (riviste, gadget, video, etc.) erano radicati nella cultura autoctona (ripresa delle credenze shintoiste), avevano un estremismo estetico che scavalcava i limiti nazionali (l’immagine comunica più rapidamente della parola), e soprattutto rifiutavano la politica. Gli studiosi li definirono come un movimento non ideologico di contestazione. Anche qui l’analisi era superficiale e fuorviante, basata sui modelli del ’68. Gli otaku non erano interessati alla contestazione, essi rifiutavano in assoluto il modello politico della dialettica occidentale. "Basta con le chiacchiere, se qualcosa non la senti col cuore come puoi capirla con le parole?" Ecco un motto che spiega il diverso sentire degli otaku. Sarebbe stato più interessante accostare il movimento otaku all’esistenzialismo per coglierne qualche tratto più saliente. Però a nessuno studioso interessava davvero capire gli otaku. Era importante condannare e fornire il supporto ideologico per giustificare la reclusione di tanti giovani nei riformatori e nelle cliniche psichiatriche.
I punti di attrito col sistema democratico erano troppo forti. I giovani rifiutavano il sistema politico rappresentativo perché costituiva un inganno. Come può essere rappresentativo un sistema politico che seleziona i candidati in base al loro potere economico? I candidati sulla scheda elettorale non li scelgono gli elettori, ma gli apparati dei partiti. Dov’è la scelta dell’elettore? D’altronde l’opinione pubblica viene tranquillamente ignorata. Le guerre si fanno senza il consenso dei cittadini, e così procede anche la distruzione dell’ambiente tramite politiche economiche sempre più aggressive. Forse qualche politico tiene in considerazione la volontà degli elettori? Gli otaku rifiutavano la partecipazione a una società civile fondata sull’ipocrisia e la menzogna che si fa chiamare democratica per avere soltanto un maggiore consenso. Così erano chiare le due condanne della società civile contro il movimento otaku: 1) Il ritiro dalla società civile e la moratoria (sospensione dalla responsabilità della vita adulta); 2) L’abbandono delle ideologie (liberalismo, socialismo, comunismo, nazionalismo, etc.) e rifiuto del sistema politico. Ma chi condanna è spesso più colpevole di chi è puntato dal dito. Infatti tutte le accuse contro gli otaku non intaccarono minimamente lo sfruttamento commerciale del fenomeno. Per le aziende qualcosa è buono se si vende. Quindi le condanne moraliste contro la prostituzione delle liceali (burusera) furono soltanto un lungo spot promozionale di vendita dei prodotti più glamour. Infatti erano i giovani i consumatori più accaniti di certi prodotti. Molti prodotti estetici erano rivolti alle ragazze, perfino i centri estetici d’abbronzatura riguardavano un gruppo di giovanissime (yamanba e kogyaru). La florida industria del divertimento poteva sussistere soltanto grazie al lavoro e ai consumi dei giovani. C’era un gioco perverso fra chi condannava, con una falsa morale, la vita consumistica dei giovani, e gli stessi che gestivano e lucravano sul mercato.
Un esempio letterario di questa tendenza è stato rappresentato dalla scrittrice Banana Yoshimoto. Le sue opere descrivono personaggi sospesi in una vita quotidiana dove lo shopping, la cucina, un hobby, costituiscono il senso della loro vita. Una caratteristica molto simile alla tipologia dell’otaku. In una atmosfera ovattata, dove non c’è cognizione di bene e male, giusto e sbagliato, i personaggi si rivelano soltanto in base alla loro capacità di decifrare e dare senso al flusso di percezioni. Aspetti legati alla sessualità scivolano senza l’emozione di una passione. Nei romanzi di Banana Yoshimoto si accenna alla prostituzione, all’incesto fra fratello e sorella, e altre relazioni sessuali illecite, in modo poco coinvolgente e con indifferenza. Sembra che la sessualità sia concepita come un bene di consumo piuttosto che una passione. La scrittrice Reiko Matsuura utilizza il sesso per creare un effetto di straniamento attraverso l’inusuale. Il corpo diventa una bandiera e una forma d’espressione fino al limite. Nel romanzo Oyayubi P no shugyo jidai (L’apprendistato dell’alluce P) narra le vicende erotico-comiche della ventiduenne Kazumi che scopre la trasformazione del suo alluce destro in un pene. La scrittrice Miri Yu narra le vicende di adolescenti allo sbando come in Oro rapace. Una critica feroce ai media e al loro potere di manipolazione è portata avanti in Scene di famiglia. La star televisiva Ai Iijima, diventata scrittrice di successo con la sua autobiografia, cerca di rendere manifesto come si possa trovare un percorso personale che dia senso alla vita degli adolescenti oppressi in un mondo di adulti cinici e bugiardi. In Platonic Sex riesce perfino a dimostrare la purezza dell’animo che rimane inattaccabile nonostante lo sfruttamento sessuale.
La tendenza della letteratura giovanile giapponese sembra essere rivolta ad una denuncia sociale che usa la sessualità come forma di protesta o almeno come dichiarazione d’autonomia. Ciò corrisponde alla tradizione inaugurata nell’epoca Edo (1600-1867) dagli intellettuali vicini alla chonin bunka (cultura dei mercanti). Fu in quel periodo che il governo shogunale adottò un massiccio impiego della polizia per reprimere i testi, le opere teatrali, i libri di stampe troppo critici, adottando il pretesto della moralità. Oggi questa trasformazione viene condotta dai giovani con le modalità che abbiamo visto in precedenza. Non si tratta né di una rivolta né di una rivoluzione, ma di uno strappo forte con gli stili di vita imposti dal regime democratico. Forse ciò è più duraturo e significativo nei cambiamenti. I punti di attrito con il sistema democratico sono soprattutto: 1) La politica sessuale repressiva nei confronti dei giovani; 2) La mancanza di stabilità sociale intaccata dalla disintegrazione del lavoro stabile e dell’assistenza sociale. L’emergenza del disordine sociale creato dalla politica economica diretta esclusivamente a garantire i profitti delle aziende, porterà inevitabilmente ad acuire la repressione nei confronti dei giovani. Arrivati al punto di rottura il sistema democratico a sostegno della dittatura dell’azienda si sfalderà. Un’importanza enorme avrà la letteratura in tutte le sue forme narrative. Infatti l’unico fattore unificante degli otaku è la letteratura (riviste, fumetti, ipertesti, etc.) con la sua capacità di creare una sensibilità comune. Il Giappone sarà il laboratorio sociale del futuro. I passaggi cruciali saranno costituiti dalla critica al modello familiare troppo oppressivo, all’esaltazione dell’edonismo e all’affermazione della libertà sessuale. Parte di questa ricostruzione sociale avverrà con il recupero delle soluzioni tramandate dalla cultura tradizionale. Infatti la sessualità aveva un ruolo più equilibrato e fondativo nel mondo degli antichi, una concezione distrutta dal moralismo delle religioni monoteiste dove il sesso è il peccato per eccellenza. Lo stesso piacere della vita era esaltato dai pagani, viceversa attualmente l’edonismo è sfruttato a livello commerciale ma negato a chi non può comprarselo. Circa la sessualità dei giovani, essa è negata, occultata e ignorata. A livello scientifico ciò provoca un’acuta forma di schizofrenia fra i risultati oggettivi della ricerca e il moralismo bigotto. La letteratura ha il dovere di raccontare cosa sta accadendo nel nostro mondo. Le opere degli autori giapponesi stanno cogliendo questo risultato.



Bibliografia
Calza, Gian Carlo, Stile Giappone, Torino, Einaudi, 2002.
Ceci, Cristiana, Sex & sushi, in "Gulliver", n.3 anno X, marzo 2002.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Torino, Instar, 2004.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Torino, Instar, 1995.
Hite, Shere, Il primo rapporto Hite, un’inchiesta sulla sessualità femminile, Milano, Bompiani, 1977.
Iijima, Ai, Platonic Sex, Milano, Rizzoli, 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell’area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese, in "LG Argomenti", n.1 anno XXXIX, gennaio-marzo 2003.
Matsuura, Reiko, L’alluce P, Venezia, Marsilio, 1998.
Matsuura, Reiko, Corpi di donna, Venezia, Marsilio, 1996.
Reich, Wilhelm, La rivoluzione sessuale, Milano, Feltrinelli, 1963.
Ueda, Atsushi, Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone, Milano, Feltrinelli, 1996.
Yoshimoto, Banana, N.P., Milano Feltrinelli, 1991.
Yoshimoto, Banana, Sonno profondo, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Tsugumi, Milano Feltrinelli, 1994.
Yoshimoto, Banana, Lucertola, Milano Feltrinelli, 1995.
Yu, Miri, Oro rapace, Milano, Feltrinelli, 2001.
Yu, Miri, Scene di famiglia, Venezia, Marsilio, 2001.


Articolo pubblicato dalla rivista "LG Argomenti". Cfr. Cristiano Martorella, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", n.2, anno XL, aprile-giugno 2004, pp.71-75.

mercoledì 7 maggio 2008

Chonin, commercio e cultura

Ripropongo il mio articolo sull'importanza dei commercianti nella storia dell'economia giapponese. Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Chounin.

Chonin. Commercio e cultura
L’importanza dei commercianti nella cultura ed economia giapponese
di Cristiano Martorella

20 luglio 2003. Il ruolo svolto dai commercianti (chonin) nel Giappone premoderno e moderno ha avuto la giusta attenzione da parte della saggistica. Purtroppo l’immagine comune e superficiale che si ha del Giappone è fossilizzata sulla rappresentazione del guerriero samurai, offuscando gli altri protagonisti della storia. Si può però rimediare facilmente a tale falsa impressione ricordando quanto è stato evidenziato dagli studiosi più avveduti.
Sono due i punti da rimarcare per una corretta conoscenza della storia economica giapponese:
1) La dinamica e mobilità sociale fra le classi;
2) Il processo di sviluppo capitalistico avvenuto dal basso in modo spontaneo.
La mobilità sociale del Giappone premoderno è stata così elevata quanto dimenticata. Eppure fu questo fenomeno che causò le trasformazioni della struttura economica e sociale del paese. Questa trasformazione avvenne in modo incontrollabile da parte del potere politico shogunale che non seppe adeguarsi e si ritrovò ad assistere all’ascesa della borghesia mercantile (chonin). Gli shogun dell’era Tokugawa ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia. A livello ideologico la condannarono sostenendo la validità dei princìpi neoconfuciani e rilanciando le scuole di pensiero conservatrici (Sushigaku, Shoheiko, etc.). Anche ciò produsse però l’effetto contrario perché il neoconfucianesimo giapponese favorì la razionalizzazione negli studi che furono poi alla base della rangaku (scienza occidentale). A livello pratico i Tokugawa gettarono le fondamenta dello sviluppo urbano tanto da creare a Edo, poi Tokyo, il modello metropolitano. Bisogna comunque sottolineare che senza l’unificazione politica del Giappone operata dai Tokugawa, non sarebbe stato possibile lo sviluppo capitalistico e il superamento del modello rurale. Lo storico Yamamura Kozo (1) ha chiarito con dovizia e precisione come lo sviluppo economico del Giappone dell’epoca Meiji (1868-1912) fu un processo spontaneo nato dal basso per merito della borghesia prosperata nel periodo Edo (1600-1867). Risulta così falsa la tesi che sostiene la modernizzazione dell’economia giapponese condotta dall’alto dalle autorità governative, o peggio, indotta dalla penetrazione degli occidentali. Già Edwin Reischauer (2) aveva notato come il feudalesimo giapponese avesse caratteristiche molto simili a quello europeo, e sappiamo quanto questo genere di organizzazione sociale, che favoriva la formazione di centri urbani, fosse importante per creare le condizioni per l’avvio del capitalismo mercantile. Perciò lo sviluppo capitalistico giapponese fu assolutamente autoctono e non indotto dall’esterno. Sorprende che ancora oggi vi sia qualcuno che sostenga la tesi dell’introduzione dall’esterno del modello capitalistico negando di fatto che i giapponesi siano gli artefici della propria storia. Si tratta comunque di una tesi con forti influenze ideologiche che presuppone il primato del sistema occidentale nella sua unicità. Così non è, ed è bene ribadirlo.
Altra caratteristica importante della storia nipponica fu la forte mobilità sociale dal XVI secolo in poi, ovvero il passaggio a classi diverse dal proprio lignaggio e la commistione dei diversi strati sociali che provocava trasformazione, progresso ed evoluzione culturale ed economica. Risulta infatti chiaro e ben evidente che l’immobilità sociale sia antitetica a un sistema capitalistico basato sul libero mercato. Il grande rimescolamento sociale del XVI secolo fece coniare agli storici giapponesi l’espressione ge koku jo (il basso vince l’alto), un’espressione molto efficace ricordata anche dall’orientalista Thomas Cleary. La mescolanza fra le classi avvenne secondo due direzioni. Prima della separazione di contadini e guerrieri operata da Toyotomi Hideyoshi nel 1588 e chiamata heinou bunri, c’era una commistione fra samurai di campagna (goshi) e contadini armati. Un fenomeno ricordato da Kurosawa Akira nel film I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954) col personaggio di Kikuchiyo interpretato da Mifune Toshiro. Aspetto ironico della faccenda è che la divisione fu operata da Toyotomi Hideyoshi, uomo di umili origini contadine che era asceso al potere per meriti militari acquisendo il titolo di daijo daijin (ministro), e la nobiltà tramite il sistema dell’adozione (yoshi). L’altro movimento molto più ampio fu quello che avvenne dopo l’organizzazione del XVII secolo con la separazione in quattro classi (shinokosho). Gli uomini di città, ossia i mercanti e la borghesia, furono chiamati chonin. Il potere shogunale cercò di mantenere forzatamente la separazione fra le classi così da garantire il governo della popolazione che non poteva formare un fronte compatto e ribellarsi. Il declino dei Tokugawa fu provocato dall’impossibilità di mantenere questa immobilità sociale. Infatti i samurai si mischiarono ai chonin godendo dei vantaggi della vita urbana e molti di essi cambiarono classe divenendo chonin. I samurai che non cambiarono classe ebbero comunque forti contatti con i borghesi, e come i ronin, samurai senza padrone, vivevano in mezzo a loro. I lavori svolti dai ronin per sopravvivere, come l’insegnamento delle lettere e delle arti, provocarono una diffusione molto vasta della cultura non più riservata a una sola classe. Gli stessi chonin si recavano a teatro per assistere alle storie che vedevano come protagonisti i samurai. Lo spostamento dell’impiego dell’arte dall’aristocrazia alla borghesia è un fenomeno avvenuto anche in Europa nel XIX secolo dopo le trasformazioni sociali avviate dalla rivoluzione francese. In Giappone ciò accadde molto prima, nel XVII secolo del periodo Edo. A ciò si aggiungeva, ed è l’aspetto più importante, la formazione di un tessuto urbano altamente produttivo e con caratteristiche borghesi nettamente marcate. Ciò significa che l’economia dell’epoca si fondava sulla produzione di beni con elevato valore aggiunto, un tratto caratteristico delle società capitalistiche. Tuttavia restava ancora arretrato il sistema monetario, in parte basato sul riso e su diseguali monete d’oro, argento, rame e ferro con cambi vari e disomogenei. Perciò dobbiamo attendere l’era Meiji (1868-1912) per vedere uno sviluppo completo del capitalismo. Comunque la coincidenza nel tessuto urbano del sistema produttivo (economia) e del mondo dell’arte (cultura) nel Giappone del periodo Edo (1600-1867) è un aspetto estremamente significativo. Soprattutto indica la forza del rapporto cultura/economia nella storia giapponese. Passiamo a ricordare quanto la cultura della borghesia (chonin bunka) fosse dominante nonostante l’avversione dell’ideologia delle autorità governative. La cultura Genroku (1688-1704) fu rappresentata dalla letteratura del Kamigata e dai nomi di Ihara Saikaku, Matsuo Basho e Chikamatsu Monzaemon. Nato da una famiglia di commercianti di Osaka, Ihara Saikaku divenne celebre per le sue opere di eccezionale realismo. Nella serie di racconti intitolati Nippon eitaigura (Il magazzino eterno del Giappone, 1688), egli narra le vicende di persone arricchite o impoverite. Ihara Saikaku ammette in modo spudorato e sincero l’attitudine dei chonin con la seguente frase: Yo ni zeni hodo omoshiroki mono wa nashi (In questo mondo non c’è niente di più interessante dei soldi). L’aspetto che stiamo sottolineando è la coincidenza di cultura ed economia che traevano la propria forza dallo stesso tessuto sociale. Si pensi a Ejima Kiseki (1667-1736), un mercante che divenne scrittore, oppure un intellettuale poliedrico come Hiraga Gennai (1728-1779) che fu ronin, ceramista, botanico, inventore e scrittore. Costoro, con le dovute differenze di estrazione sociale, vivevano però nello stesso mondo e condividevano la stessa vita urbana dell’epoca. La drammaturgia e la narrativa erano finanziati dai ricchi chonin. Come nel caso di Ejima Kiseki, gli editori (per questo scrittore fu Hachimonjiya) erano enormi librerie che sovvenzionavano gli autori. Il sistema produttivo prosperava grazie alla creatività dei cittadini borghesi e l’espansione capitalistica era avviata da tale spirale virtuosa in cui chi produceva era anche consumatore (ciò è completamente diverso dal sistema rurale dove l’aristocrazia era parassitaria). La nascita dell’economia giapponese avvenne dal basso e in modo spontaneo. Così fu per la cultura, tanto che si può dire che la cultura pop giapponese più diffusa fu quella dell’epoca Edo, se vogliamo usare una terminologia attuale e di moda. E’ bene ricordare che questa idea della nascita della cultura pop nell’epoca Edo è stata proposta dall’architetto Ueda Atsushi. L’autorevole storico Yamamura Kozo, spiega in modo molto chiaro il concetto della nascita dal basso dell’economia e cultura giapponese.
"E’ fuori dubbio che il Giappone sia un paese moderno e che faccia parte dell’Asia: la conclusione evidente è che esso dovette modernizzarsi secondo proprie modalità. Un kimono in fibra sintetica richiama alla mente tanto l’abbigliamento di un samurai quanto l’architettura di un impianto chimico gigantesco e molto complesso: non è per questo necessario chiamarlo un tailleur, né definire magia occidentale un processo chimico. Al pari di un kimono di rayon, l’economia giapponese è un prodotto dell’industrializzazione, ma la modernizzazione che l’ha accompagnata non ha occidentalizzato il paese sino al punto da cancellare completamente il retaggio peculiare della sua storia e della sua cultura. Se questo è il motivo principale del fascino che la storia economica del Giappone esercita su di noi, va aggiunto che la capacità di divenire moderno senza perdere il senso della propria eredità nazionale è in fin dei conti il segreto del successo industriale dell’arcipelago." (3)
Nonostante sia evidente a tutti, il pregiudizio che i giapponesi abbiano copiato dagli occidentali, sia le strutture sociali sia le tecniche, è difficile da estirpare. Ammettere che il modello occidentale di civiltà non è l’unico e il migliore è ancora troppo difficile o addirittura un tabù (4). Così si impedisce la comprensione della storia economica, ma vi si può porre rimedio.


Note
1. Yamamura, Kozo, L’industrializzazione del Giappone. Impresa, proprietà, gestione, Storia Economica Cambridge, Vol. VII, Giulio Einaudi, Torino,1980.
2. Cfr. Reischauer, Edwin, Storia del Giappone dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1994, p.44.
3. Yamamura, Kozo, L’industrializzazione del Giappone. Impresa, proprietà, gestione, Storia Economica Cambridge, Vol. VII, Giulio Einaudi, Torino, 1980, p.321.
4. In proposito ha ricevuto apprezzamento da parte degli economisti la denuncia di questo tabù da abbattere. Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia, XXV convegno di studi sul Giappone, Venezia, 6 ottobre 2001.

Bibliografia
AA.VV., Nihon zenshi, Daigaku Shuppankai, Tokyo, 1958.
AA.VV., Nihon no rekishi, Yomiuri Shinbunsha, Tokyo.1960.
Allen, George Cyril, Il Giappone dal feudalesimo alla grande industria, Giannini Editore, Napoli. 1973.
Beonio Brocchieri, Paolo, Religiosità e ideologia alle origini del Giappone moderno, Il Mulino, Bologna, 1993.
Dunn, Charles, La vita quotidiana nel Giappone del periodo Tokugawa, Fabbri Editori, Milano,1998.
Halliday, Jon, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.
Ihara, Saikaku, Storie di mercanti, UTET, Torino,1983.
Ihara, Saikaku, Vita di un libertino, Guanda, Parma,1988.
Landes, David, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano, 2002.
Martorella, Cristiano, La società aperta e il caso Giappone, Relazione del corso di storia della filosofia contemporanea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Genova, 1997.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV convegno di studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Matsumoto, Ken’ichi, Nihon no kindai: kaikoku ishin, Chuou Koron Sha, Tokyo, 1998.
Miyawaki, Mayumi, Otoko to onna no ie, Shinchosha, Tokyo,1998.
Ono, Yoshiyasu. 1998. Keiki to keizai seisaku. Iwanami shoten, Tokyo, 1998
Reischauer, Edwin, Storia del Giappone dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano,1994.
Sansom, George Bailey, A History of Japan, Stanford University Press, Stanford, 1963.
Takeshita, Toshiaki, Lineamenti di storia della cultura giapponese, Clueb, Bologna, 1994.
Takeshita, Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Clueb, Bologna, 1996.
Zanier, Claudio, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone, Einaudi, Torino, 1975.


Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com.

La borghesia giapponese

Ripropongo il mio articolo sulla borghesia giapponese. Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Burujoa.


Burujoa. La borghesia giapponese
Storiografia, ideologia e interpretazione
di Cristiano Martorella
24 luglio 2005. La parola giapponese burujoa è un gairaigo (termine d’origine straniera) derivata dal francese bourgeios e introdotto attraverso la saggistica socialista all’inizio del Novecento (1). Nella storiografia occidentale la borghesia giapponese è stata vittima di fraintendimenti e dissimulazioni che ancora oggi fanno sentire il loro peso. Addirittura la classe media (chusankaikyu) sembra sparita dai libri di storia per dare spazio a valorosi, quanto mai mitici, samurai. Per ripulire la narrazione degli eventi dalle mistificazioni che affliggono la storiografia, bisogna comprendere innanzitutto il pregiudizio ideologico che vizia ogni considerazione. L’idea di fondo è che il Giappone potesse imitare l’Occidente, pur senza possederne le strutture sociali, soltanto se ciò fosse stato imposto dai politici dall’alto. Insomma, questo è il teorema dello sviluppo dall’alto propugnato dalle classi politiche che ignora completamente la borghesia giapponese e la sua storia. Questo teorema risulta estremamente fuorviante quando applicato alla storia dell’economia del Giappone. Economia che non è nata dalla mente dei politici, come vorrebbero far credere alcuni manuali scolastici, ma è il risultato dell’opera di milioni di lavoratori, del loro ingegno e del loro spirito imprenditoriale. Al contrario, dal 1925 al 1945, la classe dirigente ha ritardato lo sviluppo dell’economia del Giappone concentrando le risorse sull’industria pesante e militare, cercando di ottenere le fonti di approvvigionamento attraverso le conquiste coloniali al posto del commercio, trascinando il paese in guerre impossibili da vincere. Dal 1993 al 2001 è stata la classe dirigente che ha preso provvedimenti tali da inasprire la crisi economica, aumentando il debito pubblico e peggiorando i debiti delle banche, oltre a rendersi protagonista di scandali per corruzione. Attribuire meriti a politici capaci di ogni ignominia richiede uno sforzo di immaginazione davvero disumano. Eppure la storiografia ufficiale abbonda di simili voli della fantasia. Il caso più famoso e significativo è rappresentato da Franco Mazzei, autorevole storico e docente dell’Università di Napoli. Nel XII volume de La storia (2) edito dal quotidiano "La Repubblica", egli ripresenta la consueta teoria dello sviluppo dall’alto attraverso il confucianesimo aristocratico, rigettando l’importanza del ruolo svolto dalla borghesia mercantile (chonin). Franco Mazzei nega il ruolo predominante della borghesia commerciale nello sviluppo capitalistico, insistendo sulla funzione dirigistica del governo Meiji, considerato il vero ispiratore della rivoluzione borghese e principale artefice del decollo dell’economia del Giappone nel XIX secolo (3).
In effetti manca da parte di Franco Mazzei la discussione delle differenti teorie, propendendo a favore della tesi dello sviluppo dall’alto soltanto in base a una preferenza personale. La quantità degli studi contro la teoria dello sviluppo giapponese diretto dall’alto è però enorme, e mina la credibilità di molti storici tuttora ancorati a vetuste narrazioni e interpretazioni fittizie. Sicuramente il più fiero oppositore alla concezione della rivoluzione borghese guidata dal governo è stato Claudio Zanier, autore di un volume fondamentale (4) che mostra e smonta gli errori dei colleghi. Eppure il suo lavoro, come tanti altri, è stato occultato e dimenticato perché troppo scomodo.
Claudio Zanier ricorda le importanti riforme politiche ed economiche avvenute durante il periodo Edo (1600-1867) che furono una efficiente opera di razionalizzazione (5). I governi Tokugawa, molto prima della riforma Meiji, avviarono un processo che permise la formazione di una struttura sociale borghese e del capitalismo mercantilista. Le riforme fondamentali dell’epoca Edo furono la formazione di un catasto nazionale, la riforma fiscale e il disarmo dei contadini. Inoltre si attuarono le condizioni per far prosperare l’economia di mercato attraverso due secoli di pace continua e il commercio. Questo processo si sviluppò spontaneamente perché non era affatto intenzione dei governanti Tokugawa di favorire la borghesia e gettare le basi per la nascita del capitalismo, forma economica completamente ignota ed estranea alla mentalità degli shogun. Eppure fu proprio in queste condizioni che la borghesia giapponese trovò l’ambiente adatto allo sviluppo. Ciò che si verificò, per molti versi, era in contrasto con le intenzioni dei Tokugawa. Essi si adoperarono per la netta divisione in quattro classi (shimin) costituite da guerrieri, contadini, artigiani e commercianti (shi, no, ko, sho). Tuttavia l’epoca Edo conobbe una notevole mobilità sociale, e la crescente importanza e influenza dei chonin (commercianti) convinse molti samurai a cambiare classe, scegliendo la vita del mondo degli affari. Caso emblematico fu Mitsui Takatoshi (1622-1694), fondatore dei negozi Mitsui, famoso per essere stato tra i primi a rinunciare al rango di samurai per diventare commerciante. Sicuramente rappresentò l’evento più importante, ma non era un caso isolato, al contrario era abbastanza frequente.
Questa mobilità sociale insieme al dinamismo dei commercianti che costituirono un’autentica cultura (Genroku bunka) alimentata da attori di teatro, musicisti, poeti e scrittori, fornisce la negazione assoluta dell’idea dello sviluppo dall’alto. Soprattutto è l’affermazione del valore e del ruolo della borghesia mercantile giapponese, divenuta poi borghesia imprenditoriale nel XIX secolo.
L’economia del Giappone dell’epoca Edo (1600-1867) attuò l’accumulazione di capitali e risorse necessari al decollo (take off) dello sviluppo nei secoli successivi. Ovviamente furono i commercianti ad essere protagonisti in questa fase. Piuttosto fu nell’era Meiji (1868-1912) che si evidenziarono le debolezze dell’economia del Giappone causate da una cronica mancanza di capitali. Questo problema del capitalismo senza capitale, era provocato anche dall’indebolimento della borghesia a favore dell’esercito, autentico antagonista e avversario del capitalismo, sostenitore e difensore della concezione rurale della società. La produzione fu concentrata a fini militari, e il commercio limitato escludendo i manufatti inutilizzabili per il conflitto. L’indebolimento della borghesia favorì l’accentramento di potere e la formazione di cricche economiche che impedirono il libero mercato e la concorrenza. Le guerre nascosero la distorsione dell’economia del Giappone, favorendo nello stesso tempo i discorsi di chi sosteneva l’unità nazionale per il conseguimento degli obiettivi militari. Da questa anomalia il Giappone uscì grazie a una radicale sconfitta che eliminò l’esercito e le sue pretese di controllo sulla società. Nelle condizioni di equilibrio e libero commercio del dopoguerra, la borghesia giapponese ebbe la possibilità di incentivare una sana attività imprenditoriale, contribuendo alla straordinaria crescita del Giappone, economia ormai liberata dai ceppi dell’isolamento e delle costrizioni militariste.
Questa lettura fa emergere quanto sia pericoloso sostenere l’idea di uno sviluppo guidato dall’alto dalla classe dirigente politica che è stata, in realtà, l’artefice delle distorsioni e disgrazie del Giappone. Mentre l’artefice della crescita economica, la classe media (chusankaikyu) o borghesia media, viene ignorata dalla storiografia.
Un’interpretazione altrettanto fittizia è quella di Vittorio Volpi (6) che sostiene l’esistenza di una crisi di identità del Giappone. Però a quale identità si riferisce Vittorio Volpi? Al Giappone dei samurai e delle geisha? Questa interpretazione del Giappone tradizionale non tiene presente dell’esistenza di una classe borghese fin dall’epoca Edo, ignorando completamente la storia. Credere che la cultura giapponese sia soltanto una cultura aristocratica è un errore madornale. Incredibile è che ancora in tanti continuino a sostenerlo.




Note
1. La traduzione del Manifesto Comunista (Kyosanto sengen) apparve nel 1904, ad opera di Sakai Toshihiko e Kotoku Shusui. La parola francese bourgeois deriva a sua volta da bourg (borgo), così come la parola giapponese chonin (commerciante) da cho (quartiere).
2. Cfr. Franco Mazzei. Le riforme Meiji in Giappone, in La storia, vol.XII, par. XII, La Biblioteca di Repubblica, UTET, Torino e De Agostini Editore, Novara, 2004, pp.509-541.
3. Ibidem, pp.540-541.
4. Cfr. Claudio Zanier. 1975. Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi, Torino.
5. Ibidem, p.55.
6. Cfr. Vittorio Volpi. 2002. Giappone. L’identità perduta. Sperling & Kupfer, Milano.



Bibliografia

Ike, Nobutaka. The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs", vol.XXII, 1949.
Martorella, Cristiano. 2002. Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche. Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone. Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Miyamoto, Mataji. The Merchants of Osaka, in "Osaka Economic Papers", n.1, vol. VII, 1958.
Molteni, Corrado. 2004. Debito pubblico e politiche economiche, in Il Giappone che cambia. Atti del XXVII convegno di studi sul Giappone. Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Smith, Thomas. 1959. The Agrarian Origins of Modern Japan. Stanford University Press, Stanford.
Smith, Thomas. 1955. Political Change and Industrial Development in Japan. Stanford University Press, Stanford.
Takahashi, Masao. 1967. Modern Japanese Economy since the Meiji Restoration. KBS, Tokyo.
Takekoshi, Yosaburou. 1930. The Economic Aspects of the History of the Civilization of Japan. Allen and Unwin, London.
Volpi, Vittorio. 2002. Giappone. L’identità perduta. Sperling & Kupfer, Milano.
Zanier, Claudio.1975. Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi, Torino.

Rivoluzione industriale giapponese

Ripropongo il mio articolo sulla rivoluzione industriale giapponese e le trasformazioni del lavoro. Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Shigoto.


Shigoto. Lavoro, qualità totale e rivoluzione industriale giapponese
di Cristiano Martorella
8 dicembre 2002. Si è scritto molto, forse troppo e in modo confuso, sulla qualità totale inserendo questo concetto in contesti spesso inopportuni (ad esempio la scuola) e mancando la comprensione del fenomeno autentico e affidandosi alla sua rappresentazione. Alcuni hanno sostenuto che i giapponesi avrebbero copiato come al solito dagli occidentali, ovvero dalle idee di Edwards Deming, il primo teorico della qualità totale. Questo è falso perché le intuizioni di Deming sono state accolte dai giapponesi e sviluppate in un modo che l’autore non avrebbe mai immaginato. Inoltre la qualità totale è divenuta nelle aziende giapponesi qualcosa di assolutamente contestualizzato alla situazione storica e culturale del paese, tanto da essere ancora oggetto di studio. E ciò risulta vero dall’osservazione delle difficoltà occidentali nell’imitare le tecniche giapponesi (1). Infatti i giapponesi usano il termine autoctono kaizen (miglioramento) in sostituzione del termine qualità totale, così da caratterizzare meglio la novità da loro apportata. E vedremo di quale rivoluzione si tratta.
Shigoto significa in giapponese lavoro. Ed è appunto il cambiamento nelle condizioni e nell’organizzazione del lavoro ad aver segnato lo sviluppo industriale e l’ascesa del capitalismo. Nella storia economica si indicano due rivoluzioni industriali avvenute in Europa. La prima avvenuta intorno al 1760 vide il passaggio dall’industria domestica alla fabbrica attraverso l’introduzione di nuovi macchinari (filatoio meccanico, macchina a vapore, laminatoio, etc.) e maturò nel periodo dal 1815 al 1840 grazie allo sfruttamento dell’energia termica ricavata dal carbone. La seconda rivoluzione industriale incominciò intorno al 1890 e fu favorita da una serie di innovazioni tecnologiche (il motore a combustione interna, il motore elettrico, etc.) e lo sfruttamento dell’energia elettrica e dell’energia termica ricavata dagli idrocarburi, indispensabili anche nella chimica. L’industria subì un’ulteriore trasformazione con l’introduzione della produzione a catena di montaggio di tipo fordista.
Fin qui abbiamo tracciato il quadro descritto nei libri di storia, ma esiste una storia che non è ancora ufficiale nonostante sia stata registrata da molti studiosi: la rivoluzione industriale giapponese.
La terza rivoluzione industriale avvenne intorno al 1974 con l’introduzione della produzione just in time e della qualità totale di tipo Toyota, e maturò grazie allo sfruttamento dell’informatica e delle tecnologie dei semiconduttori. La rivoluzione industriale giapponese segna anche il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione poiché integra i processi produttivi nel nuovo sistema sociale.
Così come le prime due rivoluzioni industriali avvennero per rispondere ai gravi periodi di crisi economica, anche la terza fu la risposta a una seria crisi, quella petrolifera del 1973. All’epoca il Giappone, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, non aveva nemmeno risorse petrolifere sul proprio territorio ed era in balìa dei rifornimenti stranieri. Non potendo eliminare questa dipendenza, gli industriali nipponici sollecitarono una ristrutturazione che permettesse la produzione anche in periodo di crisi. Il modello americano sul tipo di Henry Ford (1863-1947) fu abbandonato a favore del modello giapponese di Toyoda Kiichiro. Il concetto di lavoro (shigoto) fu rivisitato completamente.
Cominciamo con ordine stabilendo alcuni punti fondamentali per inquadrare quest’ultima rivoluzione industriale. Sono due i punti essenziali da ponderare:
- il rovesciamento della logica del marketing;
- la trasformazione dell’industria in un sistema informatico.
I sociologi hanno colto meglio il significato della rivoluzione industriale giapponese che era soprattutto concentrata nell’organizzazione del lavoro, e perciò sensibilmente trascurata dagli economisti attenti ai dati macroeconomici e dagli storici interessati alla cronaca. La comprensione riguardava piuttosto la psicologia sociale e le scienze sociali (2). I sociologi hanno dunque indicato quei cambiamenti nel lavoro che essi definiscono come avvento del postfordismo (altri chiamano questo nuovo modo di produrre come toyotismo, dal nome dell’azienda giapponese Toyota che lo introdusse per prima). Questi cambiamenti si articolano in diverse tecniche dell’organizzazione del lavoro. La qualità totale sostituisce la produzione in linea, basata sulla catena di montaggio, con le isole di produzione o circoli di qualità. I singoli lavoratori non sono specializzati in poche ed elementari mansioni ma hanno più mansioni e una capacità di controllo sul processo produttivo. Il controllo è infatti interno e autogestito dai lavoratori. Nell’organizzazione taylorista (3) del lavoro, il controllo era esterno e basato sulla divisione tra chi lavora e chi controlla il lavoratore. L’azienda diventa una rete. L’azienda rete si differenzia dall’azienda piramide perché privilegia la fase di vendita rispetto alla fase di produzione. I contatti diretti con la clientela assumono un ruolo preminente e l’innovazione proviene da chi lavora operativamente. L’innovazione è proposta dalla base, e non c’è un vertice che pianifica il lavoro. L’informazione e le comunicazioni sono orizzontali piuttosto che verticali. La produzione just in time (nel tempo opportuno) tiene presenti le richieste dei compratori e basa la produzione, per quantità e qualità, sulla domanda del mercato. Vengono abolite le scorte di magazzino e introdotta la flessibilità dei processi lavorativi.
Complessivamente queste innovazioni sono integrate in un sistema che rende possibile sia il rovesciamento della logica del marketing sia la trasformazione dell’industria in un sistema informatico. E ciò avviene necessariamente insieme perché soltanto una gestione integrata dell’informazione può permettere la soddisfazione dei requisiti della qualità totale prima enunciati. Il rovesciamento della logica del marketing significa porre la soddisfazione del cliente come primaria. Invece di tentare di convincere gli acquirenti, bisogna venire incontro alle loro esigenze e abbandonare la concezione della produzione di massa standardizzata. Ogni processo produttivo deve essere flessibile e capace di apportare cambiamenti e miglioramenti (kaizen). Questo può avvenire soltanto in una fabbrica capace di comunicare istantaneamente le informazioni sui processi e le condizioni della produzione. Gli strumenti per far ciò sono il kanban (cartello) e lo andon (pannello). Si tratta di mezzi molto semplici ed elementari che hanno dimostrato quanto l’organizzazione del lavoro fosse importante, e semplici innovazioni basate sulla comunicazione divenissero determinanti. L’introduzione delle nuove macchine informatiche elettroniche esalta e accelera questa tendenza abbattendo le vecchie logiche e i vecchi dispositivi.
La rivoluzione industriale giapponese ha così trasformato la fabbrica in un sistema informatico ed ha liberato l’uomo dal lavoro meccanico, trasformandolo in un supervisore dei processi produttivi. Ciò avviene in un periodo storico che vede il passaggio dalla società industriale alla società post-industriale. Questa svolta epocale sarà ben compresa quando il passaggio alla società dei servizi e dell’informazione sarà completato.


Note
1. Si è arrivati addirittura a negare i successi giapponesi attribuendo il merito alle metodologie occidentali presumibilmente copiate. Eclatante il caso di un articolo di "Business Week" decisamente propagandistico e falso. Cfr. Dawson, Chester et alii, The Americanization of a Japanese Icon, in "Business Week", 15 aprile 2002, pp.26-30.
2. Recentemente molti manuali di sociologia hanno inserito paragrafi sulle innovazioni imprenditoriali giapponesi. Cfr. Ungaro, Daniele. 2001. Capire la società contemporanea. Carocci, Roma, pp.50-61.
3. Cfr. Taylor, Frederick. 1952. L’organizzazione scientifica del lavoro. Edizioni di Comunità, Milano.
Bibliografia
Deming, Edwards. What Top Management Must Do, in "Business Week", 20 luglio 1981, pp.19-21.
Drucker, Peter. Getting Control of Corporate Staff Work, in "The Wall Street Journal", 28 aprile 1981, p.24.
Imai, Masaaki. 1986. Kaizen. La strategia giapponese del miglioramento. Il Sole 24 Ore, Milano.
Ishikawa, Kaoru. 1972. Guide to Quality Control. Asian Productivity Organization,, Tokyo.
Ishikawa, Kaoru. 1992. Che cos’è la qualità totale. Il Sole 24 Ore, Milano.
Ohno, Taiichi. 1993. Lo spirito Toyota. Il modello giapponese della qualità totale. Einaudi, Torino.
Pollard, Sidney. 1989. La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970. Il Mulino, Bologna.
Rifkin, Jeremy. 2002. La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato. Arnoldo Mondadori, Milano.
Taguchi, Genichi. 1991. Introduzione alle tecniche per la qualità. Franco Angeli, Milano.
Tanaka, Minoru. 1998. Il segreto del kaizen. Franco Angeli, Milano.

domenica 4 maggio 2008

Il concetto giapponese di economia

Saggio sull'economia giapponese pubblicato dall'Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA). Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia. Le implicazioni sociologiche e metodologiche, in Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002, pp.393-401.


Il concetto giapponese di economia. Le impicazioni sociologiche e metodologiche
di Cristiano Martorella

L’ascesa dell’economia giapponese nel XX secolo ha attirato l’attenzione di molti studiosi. Notevolissima è dunque la produzione di testi che ha arricchito una vasta saggistica. Ma la ricerca scientifica ha fornito risultati ambigui e contraddittori per quanto riguarda l’economia giapponese. Non si è giunti nemmeno ad essere concordi sull’esistenza di un modello economico specificamente giapponese. Si è arrivati invece al punto di mettere in dubbio la stessa storiografia che risentendo gravemente delle diverse impostazioni riceve l’accusa di subire influenze ideologiche molto forti.(1)
Ci sembra opportuno riportare questi problemi nell’ambito della sociologia e cercare di impostare l’analisi alla luce di una questione metodologica. Se la sociologia si è rivelata incapace nel descrivere compiutamente l’economia giapponese, tale debolezza è l’indizio di una carenza degli strumenti scientifici e del metodo di ricerca.
L’autore che ha affrontato queste problematiche in maniera compiuta fu Max Weber.(2) Weber ha risolto in modo brillante la difficoltà dell’oggettivazione nelle scienze storico-sociali. Poiché nello studio dell’economia giapponese si riscontra la medesima difficoltà, è indispensabile ripercorrere l’insegnamento weberiano. La scientificità di molte tesi attuali è minata dalla mancanza della distinzione weberiana fra il giudizio di valore (giudizio personale) e l’affermazione di fatto (constatazione dei fatti). L’oggettivazione non è un’utopia, ma un processo cognitivo. Chi rifiuta l’attività scientifica come prodotto teorico di un’elaborazione intellettuale che interagisce con la realtà, si pone fuori dalla scienza. Questo erroneo atteggiamento molto comune fra gli studiosi comporta l’assunzione delle proprie opinioni elevate a verità assolute indiscutibili. Il passo successivo è la personalizzazione del settore di studio e la tendenza ad avallare le proprie teorie in base a una supposta autorità.
Eppure non si fa scienza (epistéme) attraverso l’opinione (doxa). La scienza implica una considerazione dei fatti, una visione complessiva e non parziale, la verifica delle teorie. Tutto ciò può avvenire, secondo Weber, soltanto impostando una corretta metodologia di ricerca. Le scienze storico-sociali implicano una relazione ai valori. I valori di una società devono essere studiati nell’ambito delle relazioni sociali e materiali, così da rendere intelligibile il fenomeno storico che si vuole indagare. Se lo studioso fornisce una preventiva valutazione dei fatti storico-sociali, esprimendo un giudizio personale, impedisce alla ricerca di avanzare nella spiegazione dei nessi causali. Come dice Weber, questo genere di dogma è soltanto una "questione di fede".
Weber propone quindi una migliore definizione degli strumenti d’indagine scientifica. Egli definisce il tipo ideale (Idealtypus) come un costrutto intellettuale capace di elaborare la complessità empirica fornendo una lettura perspicua dei fenomeni. Ma la validità di un costrutto idealtipico non può essere accertata a priori. Il tipo ideale è uno strumento di lavoro e la sua validità viene accertata in base all’efficacia nella comprensione dei concreti fenomeni culturali.
Poiché Weber riconosce l’influenza del pensiero di un’epoca sullo studioso, egli non sfugge affatto alla problematicità dell’oggettivazione. Non si lascia però ingannare da facili e banali contrapposizioni che liquidano il concetto stesso di oggettività. Secondo Pierre Bourdieu la struttura sociale non è solo un condizionamento che determina l’azione degli individui, ma è anche il prodotto della loro azione che trasforma la struttura stessa.(3)
L’oggettività è la relazione fra soggetto e oggetto. Essa va trattata come tale escludendo quella falsa e fuorviante concezione dell’oggettività come ipostatizzazione e neutralizzazione del rapporto soggetto/oggetto. Questa falsa oggettività nasconde il soggetto conoscente. Estremamente interessante è notare come tale concezione del soggetto e dell’oggetto come relazione processuale coincida con la stessa elaborata dal filosofo Nishida Kitaro.(4) Il soggetto può conoscere se stesso soltanto tramite l’oggetto, e apprendere dell’oggetto tramite il sé. Non si tratta di una coincidenza. Nishida e Weber erano debitori di una concezione elaborata in modo ampio e sofisticato da Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
In un ambito epistemologico, la scienza sociale deve riconoscere che la visione e l’interpretazione sono una componente dell’intera realtà del mondo sociale. Sembra superfluo mettere in evidenza l’enorme differenza fra chi sostiene verità indiscutibili e chi propone modelli teorici che interagiscono con la realtà. Eppure gli studi sull’economia giapponese hanno risentito negativamente del primo atteggiamento.(5)
Come si è detto in precedenza, questa situazione ha comportato un grado di conflittualità elevata fra gli studiosi di nipponistica. Si tratta comunque di un fenomeno frequente e costante. Già negli anni ’70, la sociologa Nakane Chie rimproverava agli occidentali di usare pedissequamente i modelli teorici elaborati per le società occidentali senza tenere in considerazione la realtà giapponese.(6) Attualmente la situazione non è migliorata. Si assiste, anzi, allo scontro fra teorici della specificità giapponese (nihonjinron) e teorici dell’indifferenza (chi sostiene che la società giapponese vada spiegata con le stesse categorie usate per l’Occidente). E quest’ultimi, paradossalmente, non avrebbero niente da dire se non esistessero i primi. Si tratta di un conflitto chiuso e interno a se stesso. I risultati sono abbastanza evidenti: l’incapacità di fornire teorie e spiegazioni sulla società giapponese che non siano banali stereotipi. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi, gli occidentali sono stati abilissimi a sostenere un conflitto culturale fra la tradizione giapponese e la società moderna. Tanto abili da sostenere la medesima teoria per più di un secolo attraversando tutti i mutamenti sociali, economici e politici del Giappone con uguale indifferenza. Affermare che questa sia una grave miopia è il minimo. Il Giappone non è un paese misterioso e incomprensibile, è soltanto il caso evidente di una cattiva impostazione metodologica degli studiosi.
Per evitare di trascinarci in questo pantano di inconcludenti polemiche, bisogna impostare necessariamente la questione metodologica della società giapponese nell’ambito della sociologia. Le scienze sociali riconoscono lo sviluppo storico della società diversificato secondo differenti variabili. La specificità di ogni società è dunque la premessa e non il risultato dell’indagine scientifica. E tale condizione è dettata dallo svolgimento storico che non è regolato da nessuna legge deterministica.(7)
Quindi il concetto di nihonjinron (specificità culturale giapponese) è superfluo, ma non è falso. Si tratta di una banalità (ogni società ha una sua specificità) che si dimostra particolarmente debole quando viene assunta come principio esplicativo astratto, non contestualizzato e metastorico. La storia economica del Giappone rispecchia un proprio quadro teorico semplicemente perché le condizioni materiali, culturali e politiche del paese erano diverse.
Per aumentare il grado di comprensione dei fenomeni economici giapponesi, bisogna seguire la metodologia weberiana assumendo l’avalutività (Wertfreiheit) come criterio indispensabile per la scienza. Infatti qualsiasi pregiudizio inficia inevitabilmente lo svolgimento teorico della sociologia.
In secondo luogo, Weber elaborò un concetto di razionalità che risulta estremamente utile per lo studioso.(8) Egli distinse rispetto all’agire sociale quattro tipi ideali: agire razionale rispetto allo scopo (zweckrational), agire razionale rispetto al valore (wertrational), atteggiamento affettivo (affektuell) e tradizionale (traditional). L’agire razionale rispetto allo scopo è orientato al conseguimento dei mezzi ritenuti adeguati per realizzare un certo scopo. L’agire razionale rispetto al valore tiene presenti certe credenze in base a un valore attribuito socialmente. L’agire affettivo è determinato da emozioni, sensazioni, affetti. L’agire tradizionale è determinato dalle abitudini acquisite e dai costumi di una civiltà.
Il grado di razionalità e intelligibilità dei fenomeni diminuisce passando dall’agire razionale all’atteggiamento tradizionale irrazionale. L’intenzione di Weber è comunque di riportare ciò che viene considerato irrazionale sotto l’indagine scientifica. Infatti, il fenomeno sociale non è mai puramente formale, ma in diversi gradi può essere costituito da una combinazione dei quattro tipi ideali dell’agire sociale. La conseguenza più importante è la conclusione, secondo Weber, che la razionalità non può riferirsi a un unico modello.
Questa considerazione sociologica rispecchia la posizione della filosofia giapponese del Novecento. Nishida Kitaro coniò il termine toyoteki ronri (logica orientale) per distinguere la razionalità formale giapponese da quella occidentale.(9) Tanabe Hajime si dedicò alla filosofia della scienza e scrisse Kagaku gairon (Introduzione alla filosofia della scienza).(10) Anch’egli riconobbe la necessità di elaborare una logica che tenesse presenti le caratteristiche giapponesi. Watsuji Tetsuro pensò addirittura di poter rintracciare le caratteristiche del pensiero giapponese nell’influenza dell’ambiente e del clima.(11) Mutai Risaku criticò l’idea che la logica occidentale rappresenti la forma corretta e universale del pensiero.(12)
Le conseguenze dal punto di vista sociologico ed economico sono enormi. Per avere una comprensione dei comportamenti economici giapponesi è necessario avere una conoscenza delle variabili che determinano l’agire sociale. E questo può avvenire soltanto tenendo presenti i valori nella società giapponese. L’errore metodologico consiste nel riportare l’agire razionale giapponese a un atteggiamento irrazionale tradizionale o affettivo, indicando come sopravvivenze di un sistema arcaico ciò che è semplicemente diverso dalla razionalità occidentale.
Weber aveva perciò studiato l’influenza delle credenze religiose sull’economia fornendo una teoria sul capitalismo occidentale molto apprezzata negli ambiti storici e sociologici. Ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo,(13) egli osserva un fatto statistico, ossia la prevalenza delle imprese e proprietà protestanti in Europa. Analizzando il fenomeno nella dimensione diacronica, si trova conferma dello sviluppo del capitalismo in centri protestanti a partire dal XVI secolo. Weber cerca quindi una spiegazione del fenomeno che trova nelle caratteristiche del protestantesimo. Secondo Weber nasce dall’etica protestante la concezione del capitalismo moderno basata sulla disciplina del lavoro, la dedizione al guadagno tramite un’attività economica legittima, e la mancanza dello sperpero del guadagno che invece viene reinvestito.(14) Un’analisi weberiana della società ed economia giapponese è stata tentata da Morishima Michio.(15) Secondo Morishima, in Europa l’etica protestante incoraggiò il capitalismo, mentre in Giappone fu il confucianesimo a sostenerlo. L’enfasi confuciana sulla fedeltà ai genitori, agli anziani, e allo stato avrebbe promosso la cooperazione tra gli imprenditori e il governo. Tuttavia la teoria di Morishima è per molti versi insoddisfacente, nonostante abbia avuto ampia diffusione e consensi.(16) Le motivazioni sono di ordine storico e filosofico. Il confucianesimo cinese è una dottrina funzionale alla stabilità delle classi aristocratiche e alla conservazione del mondo contadino. Ciò è in contraddizione con il dinamismo moderno e il capitalismo. In effetti, si deve riconoscere che il neoconfucianesimo giapponese ha tratti completamente diversi dal confucianesimo cinese.(17) Il neoconfucianesimo sviluppato in epoca Edo (1600-1867) esaltava il razionalismo e lo studio delle scienze.(18)
Ma nemmeno le particolarità del neoconfucianesimo giapponese sono sufficienti per spiegare i fenomeni economici del XX secolo. Gli influssi dello shintoismo e del buddhismo sono stati eccessivamente trascurati. Lo shintoismo fornisce una considerazione delle cose (mono) differente dalle religioni monoteiste. L’insistenza sul valore e sulla natura divina delle cose attribuisce al prodotto un significato particolare. Non si tratta di una rozza forma di animismo, ma di una concezione che elimina il dualismo cartesiano (spirito e materia) tipico del pensiero occidentale. La mancanza di una distinzione fra mente e materia permette di concepire le idee con una progettualità concreta e il prodotto con le implicazioni della sensibilità umana. Una concezione che è rispecchiata nel marketing come evidenziato da Johansson e Nonaka.(19)
L’analisi dell’organizzazione industriale rivela l’applicazione di un pensiero derivato dal buddhismo zen. Innanzitutto il concetto di kaizen, la qualità totale, che riprende l’idea di miglioramento tipica dello zen. Ma soprattutto l’intero processo di fabbricazione che responsabilizza l’operaio. Una concezione opposta e contraria allo Scientific Management americano inventato da Frederick Taylor (20) e applicato al fordismo. L’operaio nel Toyota Production System ha la facoltà di bloccare l’intera linea di produzione per apportare modifiche e miglioramenti. Questo arresto in linea era inconcepibile nelle fabbriche occidentali, tanto che fu ridicolizzato dal comico Charlie Chaplin nel suo celebre film Tempi moderni (1936). Secondo i manager giapponesi, una linea produttiva che non si arresta mai è una linea perfetta oppure una linea con una quantità enorme di problemi. La seconda ipotesi è la più probabile. Infatti la mancanza dell’arresto della linea impedisce di far emergere e individuare le disfunzioni. L’addetto alla linea non deve essere un semplice esecutore di ordini, ma conoscere e controllare gli eventi della produzione. Nella fabbrica giapponese c’è un surplus di coscienza.
Anche la considerazione del "nulla" (mu) come elemento attivo, elaborata dal pensiero zen, è ripresa nella definizione dei "sei zeri": zero stock (nessuna scorta in magazzino), zero difetti, zero conflitto, zero tempi morti di produzione, zero tempo d’attesa per il cliente, zero cartacce (eliminazione della burocrazia superflua).(21) Concetti espressi anche con la definizione delle "tre emme": muri (eccesso), muda (spreco) e mura (irregolarità).(22) Il pensiero zen è in azione e applicato in questa considerazione del nulla come fattore produttivo. Una considerazione che ha permesso ai giapponesi di perfezionare un sistema di fabbricazione just-in-time estremamente efficiente che è stato poi imitato anche dagli occidentali.
Ovviamente le forme del pensiero e della cultura non generano la realtà materiale, ma tuttavia interagiscono con essa in maniera forte e determinante. Rifiutare il riconoscimento dell’interazione di fattori psicologici e mentali, del sistema di credenze, del mondo simbolico con l’apparato economico, equivale a una lobotomia del pensiero scientifico che trae la sua forza proprio nella capacità di fornire una elaborazione concettuale (Begriffbildung) esplicativa della complessità empirica.
Il modello economico giapponese che è stato sostenuto maggiormente è il tipo dell’assimilazione culturale sincretrica del Giappone che ne avrebbe conservato la cultura tradizionale adottando le tecniche occidentali (wakon yosai). Ma questo modello rischia di rivelarsi una banalità. Innanzitutto non si definisce cosa si intenda per tradizione giapponese. Considerando che la tradizione giapponese è già essa stessa una forma sincretica fra la cultura autoctona e la cultura cinese, questa distinzione perde di efficacia.
Inoltre non esiste cultura che non sia una forma di assimilazione e trasformazione. L’immobilità è la morte di una cultura, e non costituisce uno stato di conservazione. L’Impero Romano assimilò la filosofia, la religione e l’arte dei greci, vari culti religiosi dal Medio Oriente e numerose tecniche di guerra dai popoli che affrontò. La Cina fu governata dai mongoli che introdussero parecchie novità nella politica dello stato. L’Italia è stata terra di conquista di svariati popoli: francesi, spagnoli, austriaci, normanni, bizantini e arabi. Ma nonostante ciò continuiamo a parlare di cultura italiana senza troppo preoccuparci dei fenomeni di acculturazione.
Quindi è superfluo considerare l’assimilazione culturale in Giappone come un evento particolare e singolare. E altrettanto inutile è meravigliarsi delle forme sincretiche nipponiche che sono la semplice manifestazione di una civiltà vitale.
Per quanto riguarda le tecniche occidentali, sono molti gli studiosi che hanno segnalato come l’adozione di una tecnica non implichi necessariamente una particolare struttura sociale.(23) La credenza che l’innovazione tecnologica comporti uno sviluppo lineare è stata da tempo criticata e respinta.(24) Il mito della modernizzazione crolla ogni giorno davanti alla realtà storica contemporanea, la cui complessità smentisce ogni tipo di dogma.
Dopo aver riconosciuto i limiti del modello sincretico, possiamo comunque rivalutare il suo apporto teorico all’indagine sociologica. L’economia giapponese è costituita da un insieme di variabili che non possono essere riportate a un modello tradizionale e neppure al modello occidentale della modernizzazione. Inoltre non si tratta di una semplice combinazione additiva fra antica tradizione e moderna tecnologia. I rapporti fra questi diversi elementi hanno generato fenomeni completamente nuovi. Lo sviluppo economico del Giappone non può essere considerato un’addizione fra tradizione e tecnologia. Infatti gli influssi vicendevoli fra elementi materiali e fattori culturali hanno innescato un reciproco cambiamento. La tecnologia giapponese si sviluppa ormai in maniera autonoma e secondo proprie direttive. Prodotti come il Walkman, la Playstation, il Gameboy che tanto influenzano la vita quotidiana dei giovani, sono nati dalla creatività giapponese.(25)
Come ci ricordano gli storici della scienza, la tecnica è semplicemente ciò che serve per soddisfare un bisogno. Una concezione della tecnica scevra di ogni tentazione metafisica, ci permette di comprendere come possa essere applicata in ambienti diversi. Il sincretismo giapponese fra cultura e tecnologia è il semplice riconoscimento della concretezza della scienza e della tecnica. Un pragmatismo, come si è detto in precedenza, favorito dalle scuole neoconfuciane giapponesi. La cultura, a sua volta, non è minacciata dalla modernità. Ogni società che è capace di adattarsi e assimilare elementi nuovi è estremamente vitale. Interpretare le trasformazioni di una cultura come una sua negazione significa non possedere una conoscenza perspicua della sociologia e dell’antropologia culturale.




Note
1. Sulla questione è utile consultare Najita Tetsuo, "On Culture and Technology in Postmodern Japan", The South Atlantic Quarterly, 87, 3, Summer 1988, pp.401-418.
2. Max Weber, Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftlehre, Tübingen, Mohr, 1922 (trad. it. Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi, 1958).
3. Pierre Bourdieu, Résponses. Pour une anthropologie réflexive, Paris, Editions du Seuil, 1992 (trad. it. Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).
4. Nishida Kitaro, Nishida Kitaro zenshu (Opere complete di Nishida Kitaro), Tokyo, Iwanami Shoten, 1948, vol. 6.
5. Ricordiamo un caso emblematico, quello di Karel van Wolferen, che fornisce una visione critica e negativa del sistema economico giapponese. Karel van Wolferen, Nelle mani del Giappone, Milano, Sperling & Kupfer, 1990.
6. Nakane Chie, Japanese Society, London, Weidenfeld & Nicolson, 1973 (trad. it. La società giapponese, Milano, Raffaello Cortina, 1992).
7. Miki Kiyoshi addirittura considera il pensiero un prodotto storico ribaltando la questione. Miki Kiyoshi, Kosoryoku no ronri (La logica del concepimento del pensiero), Tokyo, Iwanami Shoten, 1946.
8. Il lavoro di Weber è fondamentale per la sociologia. Indubbiamente si tratta dell’autore più fecondo, e i suoi trattati teorici sul metodo sociologico sono ancora di una straordinaria attualità. Così come le teorie sulla società moderna, l’economia e lo sviluppo. Si consultino i testi dedicati da Franco Ferrarotti al sociologo tedesco. Franco Ferrarotti, Max Weber e il destino della ragione, Bari, Laterza, 1985.
9. Cfr. Giancarlo Vianello, "La scuola di Kyoto attraverso il Novecento", in Grazia Marchianò (a cura di), La scuola di Kyoto. Kyoto-ha, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1996, p. 37.
10. Tanabe Hajime, Kagaku gairon (Introduzione alla filosofia della scienza), Tokyo, Iwanami Shoten, 1918.
11. Watsuji Tetsuro, Fudo: ningengakuteki kosatsu (Il clima: analisi della natura umana), Tokyo, Iwanami Shoten, 1979.
12. Mutai Risaku, Shisaku to kansatsu (Riflessioni e osservazioni), Tokyo, Keiso Shobo, 1971.
13. Max Weber, "Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus", in Gesammelte Aufsätze zur Religionssoziologie, Tübingen, Mohr, 1922 (trad. it. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1945).
14. Una bella esposizione del pensiero weberiano è fornita da Giddens che approfondisce e paragona le analisi di Weber a quelle di altri studiosi. Anthony Giddens, Capitalism and Modern Social Theory, Cambridge, Cambridge University Press, 1971.
15. Morishima Michio, Why has Japan Succeeded?, Cambridge, Cambridge University Press, 1982.
16. Ad esempio nel lavoro di Ronald Dore e altri studiosi occidentali. Ronald Dore, Taking Japan Seriously. A Confucian Perspective on Leading Economic Issue, London, Athlon Press, 1987.
17. Cfr. Takeshita Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Bologna, Clueb, 1996, pp.144-148.
18. Cfr. Andrea Tenneriello, La legislazione per la scienza e la tecnologia nel Giappone moderno, Milano, Unicopli, 2001, p.8.
19. Johny Johansson e Nonaka Ikujiro, Senza tregua. L’arte giapponese del marketing, Milano, Baldini & Castoldi, 1997.
20. Frederick Taylor, Scientific Management, New York, Harper & Brothers, 1947. Si consulti Smiraglia per un quadro completo. Stanislao Smiraglia, Psicologia sociale della società industriale, Bologna, Patron, 1993.
21. Cfr. Ohno Taiichi, Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993, pp.XVI-XVII.
22. Cfr. Richard Schonberger, Tecniche produttive giapponesi, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. 72-73.
23. Il problema è trattato da Franco Crespi. Cfr. Franco Crespi, Le vie della sociologia, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 337-388. Un approccio critico al problema è esposto da Giddens con il solito acume. Anthony Giddens, Sociology. A Brief but Critical Introduction, London, Macmillian, 1982.
24. La critica più autorevole è quella di Immanuel Wallerstein, importante sociologo. Immanuel Wallerstein, The Modern World System, New York, Academic Press, 1974.
25. Gli studi sulla cultura giovanile giapponese cadono nell’errore frequente di isolare la cultura di massa senza considerare la partecipazione alla società nella sua completezza. Eppure questi elementi hanno senso soltanto quando considerati insieme.